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Dal disco al digitale il passo è più breve di quel che sembra, eppure io non accetterò mai, completamente, il digitale: scoprite perché sono un inguaribile romantico
Com’è andata la Black Week? Avete fatto spese? Io sì. Ho recuperato Nioh, anche se non ho idea di quando potrò giocarlo. Ho preso anche Uncharted L’eredità perduta. Li ho comprati entrambi in formato retail, su disco. E voi? Magari in formato digitale? Avrei risparmiato una manciata di euro, prendendoli sul PS Store, eppure non l’ho fatto. Perché?
Ci sono tante motivazioni, ma fondamentalmente molte di queste vanno ricondotte al mio essere un po’ romantico. Non che non possegga molti titoli in digitale, alcuni dei quali esistenti anche in formato retail, ma tendenzialmente preferisco avere la mia bella confezione di plastica, con la copertina e il disco all’interno.
Vorrei parlarvi della questione da un punto di vista molto soggettivo e senza nemmeno perderci troppo tempo. Non mi pare necessario ributtarci su un tema che è stato trattato e analizzato in ogni dove e in molteplici occasioni. La solfa sugli oggettivi vantaggi/svantaggi ormai la conosciamo. Voglio solo dirvi la mia, in poche parole. Sono qui anche per questo, dopotutto.
Digitale: darsi delle regole
Togliamoci un dente. Il digitale avanza: è il futuro e non possiamo fermarlo. Non desidero farlo, a dirla tutta. Di recente, mi sono persino ritrovato ad essere infastidito dal dover giocare su disco. In questo periodo sono costantemente al lavoro su Ark: Survival Evolved (recensione, speciali, guide) che, diversamente dal solito, ci è stato dato dal distributore italiano in formato fisico invece che digitale. Per divertimento personale, inoltre, ho giocato a Nier: Automata, anch’esso retail. Il punto? Be’, avviando con regolarità quotidiana entrambe le opere ero costretto a mettere e togliere il disco ad ogni sessione di gioco per passare da uno all’altro. Una cosa da nulla, ma mi infastidiva (sì, sono pigro, lo so). Avrei voluto che Ark fosse in formato digitale.
Il punto è: perché Ark e non Nier? Perché mi sono dato delle regole. Ho definito una personale scala di valori legata ai giochi. Più un titolo ai miei occhi è “importante” (concetto molto vago, me ne rendo conto) più facilmente punto al formato fisico e non a quello digitale. C’è poi una seconda discriminante: il prezzo. Quei giochi disponibili anche in formato retail devono calare sotto un certo prezzo perché io possa acquistarli sullo Store della console invece che su disco.
Disco: una questione di collezionismo
Mi ritrovo quindi a dare più importanza a certi titoli. Mi piace metterli sulla mensole, incolonnarli secondo regole che nessuno riuscirebbe a dedurre. Mi piace collezionare. In realtà non solo in formato fisico, ma anche in digitale. Il problema è che una piccola mensola può sostenere fino a trecento confezioni, senza particolari difficoltà. Un HDD da 1 TB (e io ho la PS4 da 500 GB, va detto) non può arrivare a tanto. Ovviamente è un problema specifico. In linea teorica bastano degli HDD esterni. Inoltre non è che uno usi regolarmente molti giochi. Quattro o cinque videogame avviati nello stesso periodo con regolarità sono già un discreto numero.
Quindi?
Dal disco al digitale: ricordi perduti
Il punto non è l’utilizzo. Come ho detto nell’esempio di Ark, il digitale è più “comodo” in questo senso. La questione, dal mio punto di vista, ruota attorno proprio a quei giochi che non utilizzo e probabilmente non utilizzerò più. Quei titoli che stanno nelle posizioni basse delle colonne, quei titoli che si sono sedimentati sulla mensola impolverata che sovrasta la mia postazione da gioco. Quelle opere che non mi hanno colpito dentro a tal punto tale da diventare indimenticabili. Quei videogame che, nella necessità di fare spazio sull’HDD, verrebbero eliminati finendo relegati nella “Libreria” digitale delle opere possedute ma non installate sulla console.
Parlo di giochi come White Knight Chronicles, Mini Ninjas, Atelier Meruru, Puppeteer. Opere che rivedo sulla mensola e che risvegliano pomeriggi e serate con il controller in mano, momenti non incredibili ma comunque vissuti. Opere che dimenticherei, senza un costante aiuto. Un aiuto che il digitale tende a negarmi.
E io non voglio dimenticare. Non lo trovo giusto. Avete presente la damnatio memoriae? La pena romana che consisteva nella cancellazione totale di ogni traccia di una persona dalla memoria storica? È la peggiore delle pene, a mio parere.
Il digitale diventa un marasma di elenchi, indefiniti e nascosti. Mi impedisce di vedere veramente ciò che è stato importante. È così per me, sia chiaro. Forse per alcuni non c’è differenza, ma per me sì. Quindi non riuscirò mai ad accettare completamente il digitale, per una questione di “inutile” romanticismo. So che fallirò, non potrò ricordare tutto. La mensola non sarà mai abbastanza grande, ma devo provarci. Non posso non tentare. Man mano che passerà il tempo, il concetto di “importante” cambierà, si assottiglierà e concederà spazio sempre a meno opere. È già successo, dopotutto ho molti giochi in digitale che avrei potuto comprare retail.
Mentre scrivo queste parole posso alzare lo sguardo e vedere le colonne di ricordi, tra la polvere. Basta concentrarsi un poco, però, e il grigiore se ne va, svelando gli stessi colori che mi avevano colpito anni addietro.
È solo l’opinione di un romantico, ma i ricordi sono tutto quello che alla fine ci rimarrà. Cancellarli è la peggiora delle pene. Non dimentichiamolo.





Game_pusher
25 Novembre 2017 alle 15:31Io ho un po’ la mania dell’accumulo. Casa mia è fatta di pile di libri, giochi, pelusches