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La pandemia da Coronavirus che ha colpito tutti i paesi del mondo, ha scatenato un’emergenza sanitaria che ci mette di fronte a scenari mai visti prima nel nostro secolo. Scenari documentati dalla fotografia e che segneranno la storia
Non eravamo pronti, non come cittadini italiani, ma proprio come esseri umani a quanto sta avvenendo in questi giorni. Nel secolo XXI a vivere, affrontare e assistere a ciò che stiamo assistendo in questi mesi con l’emergenza sanitaria in atto a causa del virus COVID-19 è semplicemente fuori da ogni possibile previsione. A scuola abbiamo letto sui libri di storia di pandemie, emergenze dovute a terremoti, guerre e battaglie sociali, abbiamo imparato a memoria i versetti di Manzoni nell’opera I promessi sposi in cui si racconta la strage della peste, alcuni avranno amato il trentaquattresimo capitolo con la straziante storia di Cecilia e di sua madre ma, sembrava tutto molto lontano, già accaduto, terminato, fino a quando la storia non ha deciso di ripetersi, come ha sempre fatto.
Le domande quindi che poniamo ora a noi stessi sono relative anche a che volto avrà il mondo quando tutto questo sarà finito. Cosa ci ricorderemo di questo periodo? Come lo racconteremo a figli e nipoti? Come diremo che nel XXI secolo siamo stati chiusi in casa per un mese e più, ridotti agli aperitivi su una piattaforma che forse non esisterà neanche più e che si chiama ZOOM?
In uno scenario così diverso dall’usuale interviene sempre puntuale la fotografia e la sua capacità di raccontare il mondo anche in mezzo al Coronavirus. Molte fotografie, e non solo immagini, stanno già circolando nel nostro quotidiano, provengono direttamente da media, e da tutti i mezzi di diffusione dell’informazione, ufficiale e non, muovendosi nel mondo per la forza e la suggestione che si portano dentro anche aiutati dalla velocità del web. Ma cosa racconta la fotografia ai tempi del Coronavirus?
Il Papa in Piazza San Pietro deserta | Coronavirus e fotografia
Sicuramente di forte impatto le fotografia arrivate dal Vaticano, la Santa sede, e dove la scelta del Papa di continuare a svolgere alcune funzioni, benedizioni e messe a San Pietro, risulta espressione della forza di volontà dell’uomo che, nonostante ci sia attorno a lui uno scenario deserto, non si ferma. La prima fotografia risale al 15 marzo, quando una domenica pomeriggio il Papa ha lasciato il Vaticano per una visita privata dedicata alla preghiera presso la Basilica di Santa Maria Maggiore.
Una fotografia che ha fatto socialmente discutere sia nell’ottica del momento che si sta vivendo e con annesso lockdown nazionale, che ha il merito di creare in chi la osserva molta suggestione sopratutto per come è stata scattata. Un grandangolo che serve a riprendere via del Corso insolitamente senza traffico di auto e di persone, con il Pontefice che cammina a distanza dallo staff in un abito che risalta rispetto all’usuale contesto cittadino. Ma questo è stato solo l’inizio. La fotografia che ha fatto trattenere il fiato al mondo intero è stata scattata qualche giorno dopo, il 27 marzo, mentre il in pomeriggio di pioggia il Pontefice ha celebrato la messa in una piazza San Pietro deserta e bagnata, percorrendola in solitudine per impartire la benedizione Urbi et Orbi.
Delle riprese effettuate dal drone sono poi al di là di ogni qualsiasi credo religioso o pensiero laico hanno sicuramente lasciato alle loro spalle riflessione proprio in merito al fatto che mai avevamo visto qualcosa del genere in precedenza. C’è una scelta quasi cinematografica in questa serie di fotografie, con riprese esclusivamente da drone, vista l’imposibilità di accesso per giornalisti e fotografi, tali sequenze che catapultano direttamente in quanto descritto in Angeli e demoni di Dan Brown. Queste scelte di comunicazione molto precise, nulla lasciato al caso neanche. Anche in questo caso si predilige inevitabilmente un grandangolo di ampio respiro per aumentare ulteriormente il concetto di solitudine all’interno di uno spazio che mai prima si era visto deserto.
Un drone sorvola le città del mondo deserte | Coronavirus e fotografia
Proprio in relazione alla suggestione suscitata da queste tecniche di ripresa, in queste settimane stanno circolando video e fermi immagine tratti da riprese aeree con drone di tutte le città principali del mondo. Raccontano la storia di centri urbani deserti, con i semafori che funzionano senza nessuno, strade pulite e sprofondate nel silenzio più totale. Un’altra situazione in cui la scelta della tecnica fotografica e di regia è quella di punto di osservazione dall’alto e grandangolo che meglio di tutto fa cogliere l’ampiezza degli spazi senza persone e movimento.
La sfilata di Giorgio Armani a porte chiuse
A emergenza sanitaria ancora non dichiarata in tutta italia, ma con un lockdown ancora parziale, abbiamo vissuto un altro momento insolito che è stato ovviamente documentato, ovvero la settimana della moda di Milano in cui Giorgio Armani ha scelto di fare sfilare le sue modelle e i suoi modelli a porte chiuse. Un altro momento suggestivo, di cui oltre non parlano solo le fotografie ma anche il filmato completo della sfilata che ovviamente rimangono l’unica documentazione della performance artistica e di moda. Nessuno in presenza a poter raccontare di aver vissuto le emozioni di quella sfilata. Un’altra situazione, che sebbene si sia verificata precedentemente alle immagini di San Pietro e delle città deserte, ha come grande protagonista proprio l’assenza, la mancanza e il vuoto, un preludio a quello che avremmo vissuto nelle settimane a venire.
Accanto a questo, ci sono poi fotografie ben più drammatiche che da vicino ci ricordano invece le vittime che ha portato questa emergenza sanitaria. Le fotografie dell’esercito italiano impegnato a portare le bare fuori da Bergamo, perché la città non era più in grado di ospitarle è stata un’ulteriore scossa al mondo su cosa stava accadendo qui in Italia.
Un pugno allo stomaco arrivato nella notte quando queste immagini hanno iniziato a circolare sui giornali online e sui social scattate artigianalmente dai balconi delle case che si trovavano sopra il cordone delle camionette militari. Il tutto diventato ufficiale il mattino seguente, trasmesso da telegiornali e pubblicato sui quotidiani. Un altro aspetto che sta caratterizzando questa emergenza sanitaria è proprio il quantitativo d’immagini che provengono principalmente da smartphone e dai pubblici cittadini, che pubblicano e inviano ciò che vedono. Ancora più forti quelle provenienti dagli ospedali, scattate da infermieri e medici a fine turno, che meglio di altri possono raccontare senza mezzi termini ciò che sta accadendo.
Questo ovviamente succede perché in una situazione di stallo totale, rallenta anche un certo tipo di comunicazione audio visiva, quindi ci sono meno tecnici, fotografi, videomaker, video reporter che possono circolare liberamente e fare dei reportage approfonditi. Pertanto ci si affida anche a ciò che proviene dalle persone, da ciò che vivono e che vedono.
La fotografia come narrazione di un mondo che sta cambiando
Questa ampia testimonianza fotografica ci aiuta a renderci conto anche dall’esterno che il mondo ha dovuto fermarsi e attuare dei cambiamenti. Come sempre accade, la fotografia diventa una documentazione anche per chi sta vivendo qualcosa e non si rende quindi conto della visione d’insieme. Come con altri avvenimenti del passato, ci chiediamo cosa rimarrà di queste immagini. Saranno un modo per far riflettere il mondo o se sono suggestive solo ora, nel momento che stiamo vivendo?
Si ritorna in un periodo in cui la fotografia diventa il principale mezzo d’informazione per i cittadini e di conseguenza ritorna anche ad essere lo strumento più delicato e pericoloso. Con la speranza conseguente che i mezzi di stampa la utilizzino in modo imparziale e informativo e che sappiano anche valutare con oggettività quelle che arrivano in modo spontaneo e artigianale.







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