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Sono passati ormai venti anni dall’uscita di Fight Club: in questa recensione vi diremo perché, a nostro avviso, è ancora un film da rivedere e perché non ci sorprende che i suoi due protagonisti, ancora oggi, siano sulla cresta dell’onda
TITOLO ORIGINALE: Fight Club. GENERE: Azione, Drammatico. NAZIONE: USA. REGIA: David Fincher. CAST: dward Norton, Brad Pitt, Helena Bonham Carter, Meat Loaf, Zach Grenier, Jared Leto. DURATA: 139 minuti. DISTRIBUTORE IN ITALIANO: 20th Century Fox. USCITA: 1999.
La voce narrante è di un uomo il cui vero nome non è mai pronunciato e che si fa chiamare Jack (Edward Norton). Lavora come consulente nel ramo assicurativo di un’importante casa automobilistica. Schiavo del consumismo e in continuo stato d’ansia, cerca aiuto in un gruppo d’ascolto per persone affette da mali incurabili, senza troppo successo. Durante uno dei suoi viaggi di lavoro conosce però un certo Tyler Durden (Brad Pitt), un originale ed eccentrico produttore e venditore di saponette.
Quello stesso giorno, tornato dal lavoro, il protagonista scopre che la propria abitazione è andata distrutta in un’esplosione e disperato telefona a Tyler. I due, dopo aver bevuto, decidono di picchiarsi: tra i due nascerà in questo bizzarro modo un affiatato rapporto che potrerà, nelle settimane successive, a creare il Fight Club, un circolo segreto i cui appartenenti alienati e insoddisfatti prendono parte a violenti combattimenti tra loro per cercare la stessa cura dalla vita.
“Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club”. Questa è una frase che un po’ tutti hanno sentito, anche senza aver visto il film. Il che dà l’idea del successo che ha avuto e del suo impatto sulla cultura pop. Tratto dall’omonimo libro Chuck Palahniuk, è un’opera di critica ermetica e geniale, della vita occidentale e del consumismo imperante. Parte del suo successo cinematografico, inutile negarlo, deriva dai tre frontman, di assoluto spessore.
I tre talenti di Fincher, Norton e Pitt | Fight Club Retro-recensione
Il romanzo omonimo è l’opera d’esordio di un giornalista non particolarmente conosciuto, che in effetti non ottenne particolare successo nel pubblico. Ma, evidentemente, c’era notevole materia prima che ha colpito, quantomeno, un regista di acclamato talento quale David Fincher. Un regista che, per inciso, non si è fermato nello sfornare ottime pellicole, che qui non possiamo fare altro che consiglare. Non sono molte le differenze tra il romanzo e la pellicola, che gode della creatività visiva del suo regista, in grado di convertire perfettamente in immagine e suono l’incalzare delle vicissitudini del protagonista, un uomo alienato da una società dominata dal consumismo.
Evidentemente il progetto è piaciuto anche a due star già all’epoca sulla cresta dell’onda (dalla quale non sono mai realmente scese). Si tratta di Brad Pitt ed Edward Norton. Il primo mostra i muscoli, il secondo un talento attoriale cristallino. Sta di fatto che risultano entrambi magnetici e credibili nelle rispettive parti. Tanto basta per non stupirsi che oggi, superati per entrambi i cinquanta anni, ancora siano nelle sale splendidi film che li vedono protagonisti: C’era una volta a Hollywood per l’uno, Motherless Brooklyn per l’altro, entrambi consigliatissimi e che, in qualche modo, rappresentano per i due attori, se possibile, una crescita da quel 1999.
La critica sociale | Fight Club Retro-recensione
Il film come il romanzo, non a caso di un giornalista, ha poi un’ombra di pungente critica sociale. La malattia di Jack, le gravi insonnie che lo rendono praticamente spettatore passivo di una vita tra il sogno e la realtà derivano direttamente dal suo lavoro, alienante quanto comune e, purtroppo, socialmente meritevole. Lavora per l’industria: ogni volta che un difetto di fabbrica di un modello della casa è causa di un incidente mortale, spetta a Jack stabilire se conviene ritirarlo dal mercato o rimborsare la vittima, il tutto attraverso uno sterile calcolo della probabilità che riduce il valore della vita umana ad un matematico tasso di sopravvivenza.
La cura di questa alienante condizione è tutta americana, evidentemente vista con qualche remora. I gruppi di auto-aiuto, in cui le persone cercano di confortarsi a vicenda e di accettare di dover convivere con malattie dolorose e spesso terminali. In questi gruppi il protagonista trova apparentemente la possibilità di sfogarsi, ma in realtà viene risucchiato da un ulteriore circolo patologico. Finisce con l’avere un rapporto malato con la sofferenza degli altri malati e a dare inizio ad una forma di dipendenza equiparabile a quella per la droga.
Jack comincia così a frequentare tutti i gruppi di auto-aiuto della città, finché non incontra Marla (Helena Bonham Carter), donna attraente ma simulatrice delle malattie ormai idolatrate da Jack. Il protagonista torna così paradossalmente a fare i conti con la realtà, e di nuovo con l’insonnia. L’arrivo del carismatico Tyler Durden gli farà definitivamente perdere l’equilibrio mentale e lo porterà a creare il gruppo di auto-aiuto definitivo, il Fight Club, in cui viene ridicolizzata la stessa sanità alla quale ormai sembra di non poter più aspirare.
Un’avventura notturna
La drammatica metafora del consumismo è completata da ambientazioni quasi sempre notturne in cui gli unici colori ad essere messi in risalto sono quelli del sangue che zampilla nei combattimenti e delle insegne al neon che disseminano la città, ribadendo costantemente la natura del nemico da combattere: il consumismo. Questo, unito a un ritmo costante e a interpretazioni ottime, fa sì che ogni recensione Fight Club non possa che essere positiva. Tanto è vero che la pellicola, dopo aver fatto incetta di nomination ai principali premi cinematografici è stato inserito nel 2008 al decimo posto nella classifica “500 Greatest Movies of All Time” stilata dalla rivista britannica Empire.
Punti a favore
- I dialoghi ipnotici
- La visività spinta al massimo
- Il colpo di scena sorprendente
Punti a sfavore
- Forse un po' troppo lungo
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