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La fotografia e la sua direzione sono uno dei reparti tecnici che rendono grande un film, tanto quanto la sceneggiatura, la regia e l’interpretazione degli attori. Scopriamo insieme quali sono i migliori film in questo ambito: questa settimana parliamo di Marie Antoinette
Il viaggio che percorre la direzione della fotografia nel mondo del cinema, è iniziato con Blade runner 2049 e si è poi fermato al Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Siamo alla volta di cambiare epoca con Marie Antoinette di Sofia Coppola, film del 2006 vincitore agli Oscar nella categoria migliori costumi.
La direzione della fotografia è affidata a Lance Acord, che aveva già collaborato con Sofia Coppola in Lost in Translation e ritorna anche in questo terzo cortometraggio della regista. Un film che colpisce nel complesso per lo scenario in cui è inserito, i colori, i costumi, la scenografia, la vita punk della Regina Marie Antoinette. Questi, sono gli stessi elementi fondamentali nella realizzazione finale della fotografia del film.
Le luci
Un elemento tipico della filmografia di Sofia Coppola, sottolineato in questo film, è l’utilizzo delle luci, che creano un’illuminazione molto forte e accesa, in continuo mutamento a seconda delle scene rappresentate. Nella fotografia di Marie Antoniette questa stessa illuminazione, stacca i personaggi dal loro sfondo, andando ad isolarli e creare una doppia dimensione: quella della scena rappresentata e quella della personalità dei personaggi. Questa doppia dimensione attira lo spettatore nello stesso mondo distorto e punk-barocco rappresentato nel film. Così, si percepisce la stessa inebriante sensazione dello sfarzo di corte, ma anche quella di smarrimento.
In questo senso, di grande aiuto sono i costumi scelti, che oltre ad aver vinto l’Oscar nella categoria ed essere esteticamente di grande impatto, favoriscono i giochi di luce creati nella direzione della fotografia. Questo grazie alle loro dimensioni, ma anche ai drappi, i diversi tessuti, le rientranze e gli accessori, tutti preziosi elementi che giocano da “punti luce”.
Questa stessa scelta di utilizzo dell’illuminazione, ricorda quella teatrale, per i puntamenti delle luci sui personaggi, nell’intenzione di isolarli dal contesto per dare enfasi alle loro personalità e ai loro pensieri. Allo stesso modo in questo film la sensazione è quella di vedere un grande palcoscenico, ricreato ad hoc per rappresentare una vita infelice e profondamente sola, nonostante il contesto affollato e sfarzoso di corte.
La fotografia nel cinema: tonalità tenue e rosee per Marie Antoinette
L’illuminazione trova la sua casa anche nella colorazione finale delle immagini, in questo caso scelta con attenzione per favorire la riflessione luminosa. I toni sono infatti tenui, chiari, tendenti al rosa, l’azzurro chiaro, il bianco e si staccano totalmente dalle tonalità forti e calde dell’epoca barocca. Qui incontriamo colori freddi, accostati tra loro e posati sulla tonalità della pelle della stessa protagonista Marie Antoinette, che è pallida, quasi bianca. Elementi che insieme alle luci mettono l’accento su un modo “finto” costruito meccanicamente e artisticamente, per essere esteticamente bello e quasi etereo.
La protagonista è infatti eterea, di una bellezza irraggiungibile, ma anche spenta, come il suo stesso animo, che si fa strada in mezzo a drappi, sfarzi e colori confetto facendo sentire allo spettatore la sua infelicità.
Nella stanza di Marie Antoinette, grazie alla fotografia, le pareti sono azzurre, gli abiti sono bianchi o rosa tenue, gli elementi di contrasto come in questo caso torte, dolci, riprendono gli stessi colori e fanno in modo che l’abito bianco e nero della governante sia ciò che riporta alla realtà.
La realtà vuole in questo film essere distante, lontana dallo spettatore, che viene travolto nel vortice estetico e nei drammi della protagonista, dimenticandosi che cosa c’è fuori dalla Reggia di Versailles. Grazie alle luci, alla bassa saturazione dei colori, veniamo isolati in un mondo sfarzoso, ma profondamente infelice.
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