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Presentato alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia, Ad Astra di James Gray era carico di aspettative che però, come scopriremo in questa recensione, vanno poco al di là della bella estetica
TITOLO ORIGINALE: Ad Astra. GENERE: drammatico, fantascientifico. NAZIONE: Stati Uniti. REGIA: James Gray. CAST: Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Donald Sutherland, Liv Tyler, Ruth Negga, Greg Bryk, Lisa Gay Hamilton, Kimberly Elise, Jamie Kennedy, John Ortiz, Loren Dean, John Finn, Alyson Reed, Anne McDaniels. DURATA: 124 minuti. DISTRIBUTORE: 20th Century Fox. USCITA: 26/09/2019.
Il futuro del mondo è quanto mai desolato. L’umanità ha ormai ampiamente dilapidato le risorse naturali della terra, trasformandosi in autentico “divoratore di mondi”. La luna e i pianteri più vicini del sistema solare sono ormai facilmente raggiungibili. Ma lo sfruttamento ha ormai eroso anche questi, così da costringere i governi a cercare ancora più lontano. Così spedì Clifford McBride (Tommy Lee Jones) in una missione esplorativa verso nettuno e, ventinove anni dopo, Roy McBride (Brad Pitt) nella stessa missione, questa volta per cercare il padre e salvare il pianeta da una serie di scariche elettriche cosmiche che ne stanno minacciando la sopravvivenza.
Dopo l’ottima interpretazione di Cliff Booth in C’era una volta a… Hollywood, l’ultimo film di Quentin Tarantino, Brad Pitt parte alla conquista delle stelle e delle sale cinematografiche nei panni del Maggiore Roy McBride. La sua presenza e la sua interpretazione per sottrazione, tuttavia, non bastano a far decollare una pellicola troppo simile ad alcuni predecessori e che fa troppo affidamento sull’elevato budget per strappare un successo forse fuori dalla sua portata.
Un dèjà vu | Recensione Ad Astra
Il problema principale con Ad Astra è che è impossibile non fare paragoni. Perché negli ultimi anni sono stati numerossissimi i film fantascientifici che, guradando gli infiniti spazi e le infinite possibilità dietro le stesse, hanno dato il la per una visione introspettiva dei protagonisti. Ad Astra si muove appunto lungo questa falsariga. Lo fa senza troppi giri di parole e senza cercare di nascondersi fin dal trailer. C’è un viaggio interspaziale ma c’è anche un viaggio interiore del nostro solitario protagonista che cerca una chiusura con il passato.
Non c’è neppure bisogno di scomodare la pietra miliare (con cui è praticamente impossibile non fare i conti nel genere fantascientifico) di 2001: Odissea nello spazio. Abbiamo infatti fresche nella memoria altre pellicole. L’odissea nella memoria e nei menadri della comunicazione di Arrival, il realismo e la cronaca di First Man ma, soprattutto, l’elaborazione del lutto di Gravity, dal quale Ad Astra sembra aver preso di più. Forse più di qualche idea nella messa in scena, nella trama e nella fotografia. Fatto sta che se il film di Alfonso Cuarón stupisce e affascina, tiene col cuore in gola per tutto lo svolgimento e facendoci attaccare a Sandra Bullock come se fossimo noi stessi ad essere dispersi, Ad Astra, sembrando qualcosa di già visto, tende ad annoiare e neanche il cast di tutto rispetto può salvarlo.
Molte stelle che non brillano | Recensione Ad Astra
In effetti salta all’occhio l’ampiezza del casting di questo film, oltre alla sua caratura. Il glaciale Maggiore Roy McBride ha gli occhi profondi e sofferenti, decisi e allo stesso tempo fragili di Brad Pitt. Come anticipato la sua recitazione è sotto le righe, volutamente distaccata e pacata e, tutto sommato, buona. Il che, tuttavia, non aiuta a dare pathos a un film piuttosto soporifero. Laddove il suo personaggio di figlio è costretto ad affrontare le ombre di una figura paterna tanto lontana quanto ingombrante, diventa lui stesso ingombrante a suon di insistenti primi piani. La parte della moglie Liv Tayler, invece, è praticamente un cameo.
Attorno a lui gravitano due figure paterne (Gli Space Cowboys Donald Sutherland e Tommy Lee Jones), il che dà una dimensione di ridondanza ma anche di maggiore interesse alla storia umana. La loro esperienza tende in qualche modo a far andare il film nella direzione della ricerca quasi filosofica di soluzioni al fallimento umano. Sono adeguate rispetto a un film che, nonostante le premesse, non prova nemmeno ad essere spettacolare.
Poca azione, ma buona | Recensione Ad Astra
Tempeste elettromagnetiche letali, blackout improvvisi, lampi incontrollabili. Uomini che saltano da una parte all’altra di stazioni spaziali gigantesche, battaglie sulla superficie lunare. Con queste premesse Ad Astra sembrerebbe poter essere un fantascientifico d’azione niente male. Tuttavia dopo la parte iniziale si scopre il velo e ci si rende conto di trovarsi di fronte a un film meno divertente, anche se più profondo. Questo, però, non impedisce lo sviluppo di ulteriori belle sequenze che, in effetti, salvano il film dalla mediocrità. Perché, in effetti, la fotografia in questo film è quanto di più spettacolare possa essere offerto nell’odierna programmazione. La realtà computerizzata super la fantasia in scenari onirici e dalla bellezza disarmante. Un grande punto a favore.
Verso l’infinito e verso l’anima
Chiudiamo questa recensione di Ad Astra ricordando che non si tratta di un film d’azione, ma di un dramma introspettivo. Richiede pazienza, chiede di fidarti di McBride e di salire a bordo con lui verso un’avventura alquanto lineare nella quale più ci si va lontano e più ci si avvicina alle risposte. La fantascienza torna a essere terreno fertile per riflessioni esistenziali, anche se abbiamo la sensazione del già visto con questo film. Questa circostanza, unita al ritmo esageratamente lento, fanno perdere Ad Astra nello sconfinato spazio delle non memorabile. Le spettacolari ambientazioni, ricche di colore e traghettatrici della fantasia, salvano un film per molti versi mediocre.
Punti a favore
- La fotografia spettacolare
Punti a sfavore
- Dà una sensazione di già visto
- Annoia nel ritmo
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