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Nella recensione di oggi andremo ad analizzare Pepper Grinder: nuovo platform indie sviluppato da Ahr Ech e pubblicato da Devolver Digital
Negli anni Devolver Digital si è fatto conoscere come un publisher di titoli indipendenti dallo straordinario portfolio, capace di pubblicare decine di gioielli rivoluzionari per l’intera industria videoludica. Eppure negli ultimi mesi la compagnia ha incontrato una fase di stanca che ha portato ad un notevole calo in borsa e al rimpiazzo dello storico CEO. Eppure, le cose sembrerebbero essere cambiate e dalle fucine di Devolver iniziano ad uscire nuove, intriganti produzioni.
Tra queste spicca Pepper Grinder, platformer ispirato a vecchie glorie come Dig Dug ed Ecco the Dolphin e sviluppato da uno studio statunitense con sede in Oregon. Il titolo, invero, aveva già fatto parlare parecchio di sé quando nel 2017 aveva colpito la giuria all’Intel Level Up. Tuttavia, era ancora lungi dall’essere completato e molteplici anni sono dovuti passare prima che riapparisse. Dopo aver ottenuto l’accordo per la pubblicazione Ahr Ech ha incrementato le operazioni sul titolo e finalmente quest’anno lo ha portato oltre il traguardo. Ora, è il momento di analizzare questo audace platform e scoprire se la demo che tanto scalpore aveva destato nel 2017 ha mantenuto le promesse.
La pirateria non è ancora morta | Recensione Pepper Grinder
Dal punto di vista narrativo Pepper Grinder non presenta nulla di realmente degno di nota. L’intreccio è una mera scusa per ambientare l’azione e contestualizzare il gameplay di gioco. Questa, in fondo, è una scelta comprensibile e giammai in un titolo del genere ci saremmo aspettati di vedere grande rilievo dato alla scrittura. Tuttavia, pur mantenendo ogni accenno di trama al margine, si sarebbe potuto fare qualcosina di più, in particolare nella concezione e creazione del mondo che appare piuttosto banale e privo di brio.
La nostra protagonista: Pepper, armata della sua fedele trivella: Grinder, finisce per naufragare su un’isola abitata da strane creature che le rubano il bottino, nascondendolo nelle profondità del proprio territorio. Ovviamente le stranezze non finiscono qui, ma vi basti sapere che sotto la premessa giace poco altro. A farla da padrone, nelle circa tre ore di gioco che bastano a completare il titolo è il gameplay. Per tale ragione focalizzeremo la nostra analisi sullo stesso, osservando sia il funzionamento dell’azione sia il level design.
Fluidità degli scavi | Recensione Pepper Grinder
Il gameplay del nuovo titolo targato Devolver Digital si divide in due momenti: il primo vincolato alla locomozione classica ed il secondo incentrato sull’uso della trivella. A voler esser chiari le parti a piedi sono molto basilari ma rappresentano una percentuale minima dell’esperienza che svanisce del tutto già nel secondo livello. Sono gli scavi che rappresentano la grande innovazione del gioco nonché il suo maggiore punto di forza. Esistono alcuni lembi di terra o di altro materiale che possono essere attraversati mediante Grinder e che esaltano la varietà e la fluidità del titolo. Un controllo certosino del movimento è l’unico modo di destreggiarsi dentro i cunicoli e oltrepassare tali sezioni indenni.
Brillante è anche l’aggiunta di uno scatto in aria che si può eseguire in uscita dalle sezioni sotterranee. L’introduzione di questo configura un’esperienza che ondeggia fra la gestione sinuosa del movimento e la reattività volta a realizzare gli scatti in aria. Il tutto contribuisce a generare un’esperienza straordinariamente scorrevole, eccelsa nell’imprimersi a fondo nella muscolatura del giocatore. Si ha quasi la sensazione di essere trascinati dal gioco, il movimento del player appare quasi suggerito dalle meccaniche del titolo. I livelli scorrono piacevolmente e con rapidità, complice un buon level design, e tutto sommato si comprende come Pepper Grinder abbia potuto conquistare una giuria con nomi del calibro di Chris Avellone e Tim Schafer.
I ferri del mestiere | Recensione Pepper Grinder
Ma la trivella non è l’unica feature del variegato gameplay di Pepper Grinder. Ahr Ech ha, infatti, aggiunto una folta serie di elementi che incrementano notevolmente la diversificazione insita nel titolo. In quella che già è un esperienza piuttosto breve, certamente, non mancheranno le sorprese, in quanto ogni due livelli circa compare qualcosa di totalmente nuovo. Da sessioni simili a uno shooter a scorrimento fino a parti che alternano l’uso di Grinder e del rampino ce n’è realmente per tutti i gusti e ben riuscite sono le numerose sorprese preparate dagli sviluppatori.
Dobbiamo constatare che queste aggiunte, talvolta, non riescono a raggiungere la raffinatezza propria del gameplay core. In particolare segnaliamo la mancanza di quella splendida intuitività e reattività dei comandi che ci ha esaltato nelle fasi di scavo. I livelli del gioco tendono, dunque, a dipendere dalla forza della gimmick a loro connessa. Perciò, sebbene la qualità media si assesti su buonissimi livelli si osserva comunque una certa discontinuità nella brillantezza dei singoli momenti di gioco. Il team, nonostante tutto, ha ugualmente mostrato di avere fantasia da vendere ed ha evitato che il loro primogenito non fosse che figlio di un’idea singolare ma priva di sostanza e per questo merita un plauso.
Sfrecciare, rapidi, sottoterra | Recensione Pepper Grinder
Di notevole fattura è anche il level design. Non ci troviamo dinanzi ad un titolo rivoluzionario in questo senso né davanti al Braid del nuovo decennio, ma l’operazione del team americano è ben focalizzata ed efficace nel perseguire i propri obbiettivi. Molto rari sono i puzzle così come i momenti di riflessione e questo non è un difetto. Pepper Grinder non desidera che il giocatore incontri tempi morti o si soffermi eccessivamente nello stesso luogo. Il fulcro dell’esperienza è la scorrevolezza, la rapidità con cui fluiscono i vari quadri e trascinano il giocatore con sé. La sensazione è quasi di essere rapiti dalle meccaniche, mentre con grandissima velocità si sfreccia attraverso le architetture sotterranee del titolo.
I livelli si contorcono senza raggomitolarsi in se stessi, presentano una buona sfida ma non divengono mai fastidiosi o ripetitivi. Ne consegue un’esperienza follemente variegata e parecchio divertente dove nessun momento è vacuo o superfluo. Il team con sede in Oregon ha distribuito alcune monete segrete nei livelli, in perfetto rispetto della tradizione. Queste aumentano la rigiocabilità, così come il timer che sprona a ridurre i tempi di percorrenza, ma evitano l’effetto Doom Eternal ove la frenesia ed il ritmo venivano bruscamente interrotti dalla ricerca dei collezionabili. Infine, un plauso va fatto alla capacità dei livelli di plasmarsi a seguito delle azioni dei giocatori, creando alcune scene madri di colossale distruzione che amplificano le sensazioni delle varie mappe.
Peccato per i boss | Recensione Pepper Grinder
Dove, purtroppo, si assiste ad un crollo verticale del design è nelle bossfight. Queste sono disponibili in numero ridotto ma appaiono come la parte più debole del titolo. Innanzitutto, sono estremamente banali e sembrano uscite quasi da un titolo mediocre degli anni ’90. Il coinvolgimento del giocatore è piuttosto scarso e le hitbox nemiche non abbastanza chiare. Inoltre, esse tendono ad imporsi come inaspettati picchi di difficoltà, in un titolo di per sé non troppo ostico, ed ogni tentativo volto a superarle finisce per apparire peggiore del precedente.
Pepper Grinder, infatti, si dimostra chiaramente un titolo non concepito per gli scontri, sia per la banalità degli attacchi concessi alla nostra protagonista sia per la ripetitività dei combattimenti. I boss hanno dei moveset troppo risicati ed ogni loro mossa ha un metodo univoco volto ad evitarla. Si finisce per assistere alla ripetizione fino alla nausea dei medesimi movimenti avversari che presuppongono reazioni sempre uguali da parte del giocatore. Le fight divengono delle sfide di nervi, fondate sulla reiterazione degli stessi input fino a quando la barra del nemico non raggiunge, finalmente, lo zero.
Una presentazione migliorabile
Dal punto di vista dell’art design Pepper Grinder è un titolo senza infamia e senza lode. Gli ambienti sono discreti ed i colori sgargianti ma manca quel tocco magistrale che conferirebbe reale impatto alla produzione. Non vi è nulla che possa seriamente essere criticato, tuttavia, non vi è nemmeno qualcosa di memorabile. Al termine dell’esperienza vi resterà il ricordo di una buona pixel art ma non di un elemento in particolare che abbia colto la vostra attenzione. Questo accade poiché le scelte sono troppo banali e hanno un forte sapore di già visto. Certo, il fulcro non è quello ma ci sarebbe piaciuto osservare un pizzico di originalità in più.
Una buona soundtrack, invece, è viziata da un sonoro claudicante piagato da una fitta serie di rumori quasi fastidiosi e privo della cura che avrebbe meritato. Infine, siamo dispiaciuti di dover sottolineare una certa sporcizia nel codice finale. Abbiamo assistito a numerosi bug sonori e addirittura ad un crash che ha costretto a ricominciare un livello dall’inizio. Senza dubbio, tuttavia, l’evento più eclatante è stato il freeze totale della prima fase della bossfight finale che si è bloccata sul posto senza ripartire più.
Così si conclude la nostra analisi, mentre vi ricordiamo che Pepper Grinder è ora disponibile su PC e Nintendo Switch. Nel frattempo, per imanere aggiorante sull’industria videoludica e su tutte le novità seguiteci su tuttotek.it, mentre per i vostri acquisti vi rimandiamo al sito di Instant Gaming.
Punti a favore
- Ottimo e scorrevole level design
- Grandissima varietà dei livelli
- La meccanica della trivella è brillante
- Buon bilanciamento della difficoltà
Punti a sfavore
- Non tutti i colpi vanno a segno
- Presentazione migliorabile
- Bossfight antidiluviane e ripetititive
- Qualche bug e crash










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