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Abbiamo avuto modo di strappare un’intervista ad Alessia Bottone, autrice e produttrice dietro al documentario La Napoli di mio padre
La Napoli di mio padre è un documentario di venti minuti che, attraverso immagini di repertorio e la voce narrante dei suoi stessi protagonisti, ci porta indietro nel tempo a quando le più grandi città erano una grande famiglia. Un documentario sulle origini nato da una idea, e prodotto da Alessia Bottone, che abbiamo avuto il piacere di intervistare. Di seguito le domande che le abbiamo fatto e le risposte ricevute.
Ciao Alessia, grazie per averci concesso questa intervista: protagonista della sua produzione è suo papà Giuseppe, cosa ne pensa del suo lavoro?
Una quindicina di anni fa mio padre mi regalò un libro a lui caro, “La Napoli di Bellavista. Sono figlio di persone antiche” di De Crescenzo, una raccolta di fotografie d’epoca e di racconti ambientati in città. Alcune fotografie sono davvero esilaranti, mostrano come il problem solving sia stato inventato dai napoletani ancor prima della coniazione del termine. Comunque, credo che in cuor suo, abbia sperato di poter raccontare la sua Napoli ma, probabilmente, non sapeva né come, ne quando farlo e – forse- l’occasione è arrivata al momento giusto. Lo ha rivisto più volte, si è emozionato, gli è piaciuto molto. Ricordo la sua espressione alla prima del film, temevo non gli piacesse, e invece, sono riuscita a farlo commuovere. Direi missione compiuta.
Nel suo progetto racconta delle sue origini. Quanto sono importanti per lei le radici?
Imporantissime. Ci tengo molto a ricordare sempre e comunque di essere nata a Verona ma, al contempo, di sentirmi fortemente legata al sud, a Napoli, città nella quale non ho vissuto ma ho respirato in tutti i sensi. Le mie letture, i film, gli autori, viaggi, gli amici, la famiglia, tutto ruota attorno a Napoli e al sud Italia, una parte del Paese che ho sempre apprezzato per innumerevoli motivi. Ma quando parlo di radici non mi riferisco solo alle radici di mio padre, parlo proprio dell’essere italiana: sono fortemente europeista, ho colto tutte le occasioni che l’Unione Europea mi ha dato per studiare e lavorare all’estero – dove ho vissuto per cinque anni – e proprio per questo, stando molto lontana, ho sentito l’esigenza di mescolarmi con cittadini europei ma portare sempre con me la mia italianità. Credo che conoscere le proprie origini, ci aiuti a capire chi siamo, cosa vogliamo e dove andiamo e forse ad essere federli a noi stessi, al nostro modo di essere.
Nel film mette a confronto il fenomeno migratorio attuale con quello italiano, sottolineando la comune esigenza di sopravvivenza e ricerca di una vita migliore, lontana dalla propria casa. Secondo lei una casa può essere realmente abbandonata?
Fisicamente sì, moralmente ed emotivamente non si abbandona mai, nemmeno se ci si impegna parecchio. Le radici sono come il cordone ombelicale, ci nutrono, tengono vivo il passato di ognuno di noi. Credo che le radici siano parte del DNA di una persona, anche quando si va lontano; cito i nostri migranti italiani del secolo scorso i quali spesso hanno avvertito il bisogno di ricreare quell’atmosfera, quel senso di condivisione, di unione per tenere vivi i ricordi. Questo è il motivo per il quale gli italiani all’estero sembrano più italiani di noi. Ci sono nonni emigrati settant’anni fa in Brasile, in Australia, in Argentina che parlano ancora il dialetto e non aspettano altro di poter parlare con qualcuno che è rimasto qui, semplicemente per provare, per qualche minuto, a connettersi con la madre patria. Questo non vale solo per gli italiani. Sinceramente non ci trovo nulla di male, qualcuno lo definisce come una forma eccessiva di attaccamento al passato, alla famiglia, tipico italiano, ma trovo che andare dall’altra parte del mondo per cercare un lavoro e condizioni di vita migliori, integrandosi in un nuovo Paese, non debba precludere la possibilità di sentirsi anche parte del Paese di provenienza. Che lo si voglia o no, dovremo abituarci, siamo tutti sempre più in movimento, l’epoca del mogli e buoi dei paesi tuoi è finita.
Oggi stiamo vivendo una fase storica in cui le limitazioni e le restrizioni sono divenute la quotidianità. Come evade da questa realtà? | Intervista Alessia Bottone
Io ho la passione per il cinema, documentari, lettura e sport. E devo dire che mi sono “data” a queste quattro attività completamente. In realtà devo dire che le mie giornate scorrono molto velocemente nonostante le limitazioni e mi sento fortunata ad avere tutte queste passioni perché non ho mai la sensazione di noia, di attesa, di sprecare tempo e poi basta premere “Invio” ad un film, ed io mi proietto in pochi secondi in un’altra realtà, cercando di non soffermarmi troppo su ciò che viviamo. Cerco di vivere una giornata normale anche se, e penso di parlare a nome di molti, le limitazioni stanno danneggiando sia la mia progettualità che l’aspetto lavorativo ed io credo che nei mesi a venire la situazione potrà solo che peggiorare da un punto di vista lavorativo. Nel mio piccolo, sto cercando di non perdere tempo, di fare in modo che questi mesi di pandemia, fruttino in qualche modo, qualsiasi esso sia.
Volendo fare un paragone, quando si affaccia dalla finestra cosa vede?
Oggi, cosa si vede? In generale? A volte mi domando se si vede ancora qualcosa dalle finestre, a furia di costruire palazzoni, case, muri, sia persino difficile aprire una finestra. Personalmente guardo sempre le finestre delle case, non perché ami guardarci dentro, anzi, mi piace guardare chi si affaccia, immaginare i suoi pensieri. Il viaggio non deve essere per forza spostamento fisico, può essere anche un vortice di pensieri. Da una finestra si possono raggiungere infiniti luoghi, pur non muovendosi, geografici e temporali. Penso che nonostante l’assenza di orizzonte, prendere un po’ di tempo per affacciarsi al balcone o alla finestra possa essere un toccasana per tutti, un modo per fermarsi un attimo, staccare dalla frenesia, fuggire dalla realtà, se serve. Quando smettiamo di immaginare, smettiamo di credere.
Del suo progetto ci ha colpito particolarmente il montaggio: cosa ha provato di fronte a tutte quelle immagini di repertorio?
Io ho sempre amato molto i film/documentari in bianco e nero, da quelli americani con Frank Capra e Charlie Chaplin degli anni ’30 e i neorealisti italiani dal ’40. Quelle immagini mi sono rimaste molto impresse e per anni ho sperato di poter realizzare un’opera con materiale di archivio, in bianco e nero, meglio ancora se sgranato con il suo fascino retrò. Volevo ispirarmi a due dei miei film preferiti, ricostruire una situazione che potesse riprendere il tema del film “Ladri di biciclette” di De Sica, riportando in vita quel ragazzino che cammina per la città con il padre in cerca della speranza, messo di fronte, sin da piccolo, alle difficoltà della vita. Stesso discorso per il film “Umberto D” di De Sica: mi sono ispirata a quell’opera mentre cercavo le immagini per la scena che ritrae mio padre in fila fuori dal negozio di Nanninella, la venditrice di alimentari in sovrapprezzo. Quegli sguardi in macchina dell’archivio mi ricordano il vagare e la solitudine del protagonista del film, Umberto, che ben rappresenta l’ineluttabilità della condizione umana. Poter inserire spezzoni di film di noti registi, documentari e immagini di quegli anni, è stato il coronamento di un sogno che avevo da molto tempo, senza quelle immagini non avrei mai potuto dare quello stesso senso ai miei pensieri e alla mia sceneggiatura.
Ha definito La Napoli di mio padre il viaggio stesso che voleva raccontare. Quale sarà il suo prossimo viaggio, il suo prossimo progetto? | Intervista Alessia Bottone
Vorrei tanto potervelo dire ma sono veramente molto scaramantica e non parlo mai di un progetto prima di firmare un contratto. Posso solo dire che qualcosa bolle in pentola.
Queste le parole di Alessia Bottone, che ringraziamo nuovamente per averci concesso questa intervista. Al prossimo progetto!
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