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Si è spenta a 51 anni dopo una lunga malattia la scrittrice Michela Murgia, scoperta dal mondo del cinema grazie a “Il mondo deve sapere”, che ispirò Tutta la vita davanti di Paolo Virzì
La scrittrice Michela Murgia è morta a Roma a 51 anni: era malata da tempo e aveva rivelato nei mesi scorsi di essere affetta da un carcinoma renale al quarto stadio. Aveva scelto di vivere pubblicamente il periodo della sua malattia, continuando a raccontarsi attraverso i suoi canali social. I funerali si svolgeranno sabato 12 agosto alle 15.30 nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, la Chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo a Roma.
Nata a Cabras, in Sardegna, prima di diventare scrittrice ha sperimentato una grande quantità di altre professioni. Nella sua carriera ha avuto anche modo di lasciare una traccia nel mondo del cinema, ispirando il regista Paolo Virzì. Durante una di queste esperienze lavorative, ha tenuto un blog in cui ha raccontato la realtà quotidiana vissuta dagli operatori del call center dove era impiegata. La raccolta dei post da lei scritti è diventata il suo primo libro, “Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria“, pubblicato nel 2006, che ha ispirato la sceneggiatura del film Tutta la vita davanti.
Michela Murgia: le incursioni al cinema della scrittrice
La commedia agrodolce di Virzì, vincitrice del Nastro d’argento e del Globo d’oro per il Miglior film, oltre che candidata a ben cinque David di Donatello, non ha fatto altro che confermare il lucido talento della scrittrice. Dietro i suoi romanzi c’è infatti una visione del mondo e della realtà che, partendo da un’esperienza personale, riesce a dare conto delle molte contraddizioni che si accavallano nel nostro tempo. L’esperienza di una operatrice di un call center in un ambiente di lavoro estremamente tossico viene così trasformata in qualcosa di stimolante, pungente, che ci fa ridere e arrabbiare al tempo stesso. Un processo di rielaborazione della realtà, anche nei suoi aspetti più tragici, che l’autrice ha compiuto persino nei suoi ultimi mesi, scegliendo di trattare la sua malattia senza pietismo, ma cercando di sfruttarla per raccontare qualcosa di sé e migliorare, in qualche modo, il mondo che ci circonda.
La lucida e sferzante ironia che hanno portato la scrittrice sarda sul grande schermo nel 2008 si sono poi confermate dieci anni dopo nel documentario grottesco Dicktatorship – Fallo e basta! di Gustav Hofer e Luca Ragazzi. E così, seppure il mondo della letteratura la ricorda per libri come Accabadora, che le ha fatto conquistare il premio Campiello nel 2010, anche il mondo del cinema piange la sua scomparsa.
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