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Il mondo di One Piece non è altro che una grottesca allegoria di quello in cui viviamo e forse questa è anche la parte più affascinante da scoprire. Cominciamo da una delle saghe più significative ed esplicite da questo punto di vista: l’isola degli uomini-pesce
Se parliamo dell’anime tratto dal manga più venduto al mondo non ci si può aspettare di certo superficialità. Ecco perché ho usato un titolo così particolare – mutuato da una famosa serie cinematografica sui pirati – per questo articolo: il mio desiderio è andare oltre il classico combattimento corpo a corpo perché dentro i disegni di Eiichirō Oda c’è tanta umanità, sofferenza, moralità.
Quando cominciai a lavorare a questo pezzo ero terrorizzato dal pensiero di non riuscire a trasmettere la complessità e la varietà dei contenuti che si intrecciano nelle vicende degli uomini-pesce. Probabilmente non ci sono riuscito, ma se volete guardare One Piece sotto una luce diversa vi consiglio vivamente di leggere quello che segue.

Veduta dell’isola degli uomini-pesce
One Piece, oltre i confini del mare: introduzione per i neofiti
I veterani di anime e manga possono tranquillamente saltare queste prime righe di introduzione, tuttavia mi pare doveroso dare delle spiegazioni preliminari a coloro che non conoscono così bene il mondo di One Piece. Oggi parliamo dell’isola degli uomini-pesce, un particolare luogo in fondo all’oceano. Grazie ad una grossa bolla che racchiude l’intera isola e alla luce che filtra in quella particolare zona degli abissi, gli abitanti possono vivere in modo dignitoso e simile a quanto avverrebbe sulla terra ferma.

Il palazzo sede del governo dell’isola degli uomini-pesce
I residenti non sono però esseri umani (come se fosse facile parlare di esseri umani nel mondo di One Piece…): si tratta di strane creature metà uomo e metà pesce, gli uomini-pesce appunto, assieme a sirene e tritoni. Anche se il loro aspetto è aberrante, i sentimenti e il modo di pensare è del tutto analogo a quello dei normali esseri umani.

Uomini-pesce, effettivamente non molto rassicuranti in quest’immagine
Sfortuna vuole che l’isola degli uomini-pesce sorga proprio sotto la Terra Sacra di Marijoa, residenza dei dispotici nobili mondiali o draghi celesti. La descrizione accurata di questi personaggi, che governano il mondo di One Piece, richiederebbe un articolo a sé. Vi basti pensare a loro come a dei re egizi, elevati al grado di divinità rispetto ai comuni mortali, viziati come dei bambinetti e schifati da ogni forma di vita che non sia loro pari. Portano addirittura una sorta di maschera quando scendono dal loro reame, ad esempio a comprare degli schiavi, per evitare di respirare la stessa aria delle persone comuni.

La crudeltà dei draghi celesti
Il primo contatto tra uomini-pesce ed esseri umani non è quindi per nulla piacevole. Ciò spinge i primi a vivere relegati nelle profondità marine e i secondi a vivere nel pregiudizio su queste creature, ritenute pericolose e inferiori perché diverse. Per ulteriori informazioni vi rimandiamo alle pagine Wiki dedicate a uomini-pesce e nobili mondiali.
Queste due classi di personaggi sono fondamentali per comprendere i concetti che andremo a sviscerare nel corso di questo pezzo. In generale la situazione è questa: ci ritroviamo con un popolo di uomini-pesce, con aspetto diverso, ma capacità cognitive ed emotive analoghe a quelle umane, che vive relegato nelle profondità marine perché teme l’uomo. Teme l’uomo perché la gran parte dei contatti avvengono con i draghi celesti in cerca di schiavi da sfruttare per soddisfare i loro vizi o con pirati senza scrupoli che razziano ogni cosa.
E teme l’uomo perché gli stessi esseri umani temono quel popolo di creature così diverse, considerate alla stregua di bestie, di mostri. Tutta la vicenda parte da questo clima di ignoranza reciproca, pregiudizio e generalizzazione. Nelle prossime righe vedremo come nascono queste idee e sentimenti. E a quali conseguenze portano. Sto usando volutamente un registro universale, perché questa analisi non si ferma tra le pagine di un fumetto o nei pixel luminosi delle TV.

Sirene, abitanti dell’isola un po’ più “amichevoli ” rispetto ai suddetti
One Piece, oltre i confini del mare: Fisher Tiger, l’odio e il dolore degli uomini-pesce
Tutti i personaggi che prenderemo in analisi sono abitanti dell’isola degli uomini-pesce. Il primo è Fisher Tiger. Inevitabilmente nel corso dell’articolo potrebbero essere presentati alcuni spoiler, si tratta comunque di una saga ormai vecchia di qualche anno, non me ne vogliate quindi. In ogni caso le informazioni che andrò a rivelare non degraderanno più di tanto la qualità delle visione dell’anime perché limitati ad un pugno di episodi flashback, parzialmente isolati dalla trama principale. D’altra parte alcune informazioni potrebbero risultare storpiate o semplificate perché una trattazione approfondita non sarebbe funzionale al fine di questo approfondimento. Il mio consiglio è di leggere con la mente aperta le parole che seguiranno.
Torniamo a bomba, Fisher Tiger è un possente uomo-pesce che proviene dai bassi fondi degradati dell’isola sottomarina. Come gran parte degli abitanti di quel quartiere, anche Tiger prova dentro di sé un grande desiderio di riscatto dalla sua condizione di miseria che lo porterà ad intraprendere un viaggio in superficie. Lì, egli sarà testimone in prima persona della crudeltà dell’essere umano – in realtà di una categoria di esseri umani, i draghi celesti – perché catturato e deportato in schiavitù. Riesce però a fuggire, ma decide di tornare a Marijoa per liberare gli schiavi rimasti. Tiger diventa così un fuorilegge e fonda una ciurma di pirati, la quale raccoglie ex-schiavi e sostenitori della lotta agli umani. Fisher Tiger però non vuole la vendetta.

Fisher Tiger, l’eroe degli uomini-pesce
Il grande dolore provato da Fisher Tiger nel periodo di prigionia lo segnerà finché avrà vita. Lui odia gli esseri umani, pur avendoli salvati assieme agli altri schiavi. Tutta quella sofferenza e crudeltà che ha dovuto provare sulla sua pelle gli impediscono di amare l’uomo, tuttavia sa che la vendetta non porterebbe altro che dolore, verso persone innocenti come lui stesso, quando cominciò il suo viaggio. La sofferenza, come un invisibile filo, unisce esseri umani e uomini-pesce, anche se nessuno se ne rende conto direttamente.
Ecco che questo personaggio diventa un simbolo su più livelli. All’interno dell’anime stesso esso è metafora dell’odio e del dolore provato dagli uomini-pesce che vivono costantemente nella paura di essere catturati e discriminati dagli esseri umani: nessun uomo-pesce ama gli esseri umani, anzi quasi nessuno, ma abbiate pazienza, ci arriveremo. Nella nostra realtà egli è l’idealizzazione della naturale tendenza umana a fuggire dal dolore, etichettando con assolutezza intere categorie su cui riversare rabbia e rancore. Ma non tutti sono dei draghi celesti. Non tutti sono crudeli e malvagi. È solo la nostra idea, derivata dalla nostra limitata esperienza, ad applicare aprioristiche etichette.

Tiger sfoga tutti suoi contrasti interiori in punto di morte: non riesce ad amare gli esseri umani perché consumato dall’odio, ma sa che le generazioni future devono avere la possibilità di farlo
Tiger questo lo sapeva. Sapeva che c’era del buono nel mondo e per questo ha liberato indistintamente gli schiavi dalla prigionia. Tuttavia sapeva anche che l’odio seminato nel cuore degli uomini-pesce dal dolore e dal pregiudizio non poteva essere estirpato. Lui stesso diventerà martire di questo ideale, non riuscirà a rinunciare e mettere da parte le ferite del suo passato. La vera grandezza del personaggio di Tiger si rivela solo nel momento della sua morte, quando esso ci rivela una grande, universale e amara verità: il dolore e la sofferenza provocano odio e non esiste nessun meccanismo razionale o morale che possa cambiare una mente segnata dai sentimenti negativi. Essa morirà nell’odio. Ma allora dobbiamo rassegnarci a vivere in un mondo in continuo conflitto? No. Ormai per chi ha già vissuto, sofferto e giudicato è tardi, ma il futuro è un foglio intonso, intrecciato di candide fibre che sono le nuove generazioni. I bambini nascono vuoti e noi, pur mantenendo l’insanabile gene dell’odio nei nostri cuori, per lo meno possiamo fare in modo di non trasmetterlo.

Fisher Tiger finisce vittima del suo stesso odio, innalzandosi a martire per un futuro migliore poco prima di esalare l’ultimo respiro
One Piece, oltre i confini del mare: la regina Otohime, la speranza per il futuro
Otohime è la moglie del re dell’isola degli uomini-pesce, nonché regina. Possiamo riassumere la sua persona con tre aggettivi: gracile, determinata e sensibile. È una piccola sirena di costituzione debole e delicata – la cosa può apparire un po’ ironica se la si confronta con la stazza del marito, ma sappiate che l’accoppiamento dei pesci avviene con modalità diverse rispetto a quelle che comunemente utilizzano gli esseri umani e quindi del tutto plausibile anche vista la differenza di dimensioni, questo per sottolineare la finezza con cui Oda crea i suoi personaggi -, ma con un grande spirito interiore che, combinato ad una innata empatia e sensibilità d’animo, la portano a combattere strenuamente per dare una vita migliore ai suoi sudditi.

La regina Otohime nell’anime viene presentata per la prima volta mentre redarguisce un ladruncolo e lo compatisce, dando scena di grande umiltà ed empatia
Otohime percepisce l’odio e la paura degli uomini-pesce, sa che sono pericolosi, ma soprattutto si rende conto che sono l’unico irrazionale motivo che costringe il suo popolo a vivere relegato nelle profondità del mare. Il suo obiettivo è essenzialmente quello di avviare una trattativa con il Governo Mondiale per dare la possibilità agli uomini-pesce di vivere in superficie. Giorno e notte la bella regina lavora per fare propaganda al suo progetto, andando nelle piazze a raccontare delle bellezze della superficie.

L e regina Otohime piange dopo aver ascoltato la triste storia del ladro
Tuttavia nessuno la vuole sostenere. Serbano tutti troppa paura, troppo odio, come Tiger. O meglio quasi tutti. I bambini ascoltano i suoi racconti con entusiasmo e ammirazione. La regina tenta in tutti i modi di scacciare il pregiudizio e l’ignoranza, ma non ci riesce. Ancora una volta le reticenza dell’animo umano esce allo scoperto tra le pieghe della trama dell’anime. La cosa sconcertante è che non è un’accusa, una critica a questo modo di vivere. Otohime comprende pienamente e si fa carico del dolore dei suoi sudditi, lo capisce e quasi giustifica i sentimenti così densi di avversione e timore dei sudditi verso l’uomo. Anche lei è testimone delle crudeltà commesse dagli esseri umani che entrano in contatto con gli uomini-pesce. Otohime è l’estrema rappresentazione dell’empatia verso il tormento del prossimo: ella non cerca di cancellare il dolore, chiede semplicemente che non venga mostrato, specialmente davanti ai bambini. Non è giusto che soffrano dello stesso odio degli adulti. Il passato non si può cambiare, è certo, ma il futuro… il futuro non deve per forza assomigliare al passato.

Piccoli uomini-pesce impressionati dalla violenza sfogata contro un essere umano, un drago celeste
Otohime lotta strenuamente per questo, per dare un futuro migliore alle nuove generazioni, un futuro di libertà e di pace. Quando ci chiediamo quale sia il nostro scopo nella vita, forse una buona risposta potrebbe essere quella.
Il secondo punto su cui si batte la regina Otohime è l‘ignoranza. Intesa come “non conoscenza”, essa è alla radice di tutti i problemi. Gli uomini-pesce, isolati nella loro isola abissale, non conoscono che una minima parte dell’umanità, quella più infima purtroppo – e allo stesso modo molti esseri umani non hanno mai visto un uomo-pesce. Tutta la paura e l’odio si basano quindi su di una conoscenza parziale e minima che viene erroneamente estesa e universalizzata con un processo di generalizzazione, forse uno dei più grandi ostacoli ai rapporti sociali di cui parla anche il grande scrittore Luigi Pirandello nei suoi romanzi. La regina arriva a perdonare un drago celeste che l’aveva rapita e a partire con lui per dimostrare che in fondo c’è del buono nel mondo in superficie e per fare in modo che tutti lo capiscano.

La regina Otohime ha appena protetto un drago celeste: “Deponete le armi, i bambini ci guardano. La collera, l’odio che vi impedisce di amare gli esseri umani non dovete trasmetterlo ai nostri bambini. Questo perché un giorno siano liberi di scegliere senza pregiudizio.”
One Piece, oltre i confini del mare: Hody Jones, il mostro cresciuto dall’odio
L’antinomia tra eroi ed antieroi è fondamentale in ogni narrazione, sia essa scritta, disegnata o trasmessa su schermo. Hody Jones è l’uomo-pesce nel quale si realizzano tutti i timori di Fisher Tiger e della regina Otohime.

L’evoluzione finale di Hody Jones, come ne “Il ritratto di Dorian Gray”, anche qui la mutazione fisica è metafora dell’animo corrotto
Avevo detto che un bambino è come un foglio di carta. Un foglia bianco assorbe, senza poterli discerne sia il nero che i colori sgargianti. Ogni ingiuria, ogni pregiudizio, ogni sfogo, ogni violenza erano per il piccolo Hody, orfano di entrambi i genitori, un puntino nero. Più l’odio e la rabbia crescevano, più il foglio bianco si riempiva, fino a diventare completamente nero. Sapete, anche se si tratta dell’antagonista principale, Hody Jones è sicuramente il personaggio più interessante della saga degli uomini-pesce. È il monito che Oda ci lancia a ponderare le nostre azioni. Noi potremo non rendercene conto, potremmo trascurarlo, ma ogni cosa che diciamo o facciamo influisce sugli altri; specialmente se questi sono ancora dei fogli vuoti.

Il piccolo Hody costretto ad assorbire la sofferenza e l’odio degli adulti che lo circondano
Che cosa succede se riempiamo di paura, di odio, di dolore un bambino? Così nascono i mostri. Hody Jones non ha più nemmeno a cuore i suoi simili, vive solo per odiare e cercare una vendetta che non gli appartiene; gli è stata affidata da altri, persone che nemmeno conosceva, ma che non hanno pensato a quello che stavano dicendo davanti a lui. Hody Jones è l’avversione verso l’essere umano che si ritorce contro gli stessi uomini-pesce nel momento in cui tenta un colpo di stato e addirittura di distruggere l’isola. Non è più nemmeno un uomo-pesce, è solo un vacuo contenitore straripante del rancore accumulato negli anni.

– Fukaboshi: “Che cosa ti hanno fatto di così terribile gli umani? Hanno forse ferito o ucciso qualcuno della tua famiglia, qualcuno a cui volevi bene? Cosa è accaduto da far crescere in te tutto quest’odio? Devi dirmi che cosa ti hanno fatto di tanto grave gli umani!”
– Hody: “Proprio niente.”
Cos’è Hody Jones se non un terrorista? Un fanatico cresciuto a pane, sofferenze e astio che ormai non ha a cuore più nulla se non la vendetta. Mi rendo conto che l’analogia possa sembrare politicamente scorretta, ma non lo è affatto. È chiaro e lampante che un mostro del genere è lo stesso capace di operare atti terroristici. E come lo fermiamo un Hody Jones dei tempi moderni? Non lo fermiamo. Noi non abbiamo l’Elephant Gatling di Luffy. Non possiamo cambiarlo e riempire una scatola già piena – specialmente se noi stessi siamo l’oggetto dell’odio di cui trabocca. Gli unici che possiamo salvare per evitare una reazione a catena sono i bambini, i fogli bianchi. Ecco perché non è mai una buona idea usare la violenza in reazione: il dolore non farebbe altro che riempire altri fogli di nero.

Fukaboshi rivela l’identità di Hody Jones: “Hody è un mostro creato dal nostro stesso ambiente. La nuova banda pirata degli uomini-pesce è formata da mostri frutto dell’odio. Temono che l’odio dei loro predecessori possa venire dimenticato. Vivono da sempre nella disperazione, temendo che un giorno la rabbia verso gli umani si spenga. Sono spietati. Vogliono che gli umani siano malvagi in modo da poter giustificare la loro guerra. Sono assetati di vendetta e non desiderano nemmeno la pace con la stirpe degli uomini-pesce. Il loro odio non nasce da qualche esperienza, è privo di volontà. Non hanno sostanza. Sono dei nemici vuoti.”
Hody Jones non è altro che il riflesso dell’odio e del pregiudizio uscito dallo specchio – senza l’intervento di Charlotte Brûlée – e non conosce altro all’infuori della vendetta e della ripugnanza verso l’essere umano. I mostri non nascono per puro caso, ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, recita una delle leggi che governano il nostro universo. A tante, apparentemente innocue, azioni possono corrispondere terribili reazioni. Quello che in sostanza Oda ci dice, tramite il personaggio di Hody, è che non esiste il male assoluto, indipendente dalla realtà stessa. Esso nasce come condensazione delle nostre più recondite paure e pregiudizievoli convinzioni. Noi siamo in prima persona responsabili del male che ci circonda.
One Piece, oltre i confini del mare: la responsabilità verso i bambini
Non vi parlerò di razzismo, non ne vale davvero la pena, talmente è palese il tema della differenza di razza. Vi parlerò di come One Piece è andato oltre il consueto girare attorno al concetto di razzismo, scavando a fondo nelle cause e nelle soluzioni alla discriminazione e al pregiudizio. In One Piece si prende atto che un sentimento irradicato dal dolore e dalla sofferenza, per quanto negativo e irrazionale, non si può eliminare dai cuori delle persone. Non si può, è una battaglia contro i mulini a vento. L’unica cosa che si può fare e preservare le nuove generazioni, aiutarle ad essere libere dall’odio e dall’ignoranza. Questa è l’unica speranza: lavorare sul futuro. È inutile scontrarsi di continuo col passato, voler inculcare una pillola salvifica a chi non la vuole ingoiare.

Piccoli uomini-pesce risalgono in superficie per ammirarne le meraviglie
I bambini sono il futuro, gli adulti il passato. Ogni bambino è un foglio bianco che vuole essere scritto, esige di assorbire tutto quello che i suoi simili dicono e fanno. Che cosa volete scrivere su quel foglio?

Fisher Tiger riporta una bambina schiava dalla madre e ripone in lei il germe della speranza per un futuro migliore
Questo pezzo non è stato semplice perché le tematiche sono complesse, ostiche e fittamente intrecciate con la trama dell’anime. Tradurre le immagini più nascoste in parole è un compito difficile. Mi rimetto a voi quindi, cari lettori, fanatici di One Piece o meno. Snocciolare dal punto di vista umano e filosofico è stata una bella sfida, spero di avervi regalato dieci minuti di piacevole epifania con queste righe.
L’obbiettivo di questo, forse un po’ troppo prolisso, articolo è quello di mostrare quanto in profondità possa andare un cartone animato che a prima vista sembra solamente un susseguirsi di scontri ed epiche mazzate. Per scoprire nuovi ed interessanti lati dell’animazione giapponese continuate a seguirci nella sezione film e serie TV del sito!
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