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Bentornati al nostro appuntamento settimanale con In the mood for East, rubrica interamente dedicata al cinema orientale. Oggi vi parliamo de L’isola di Kim Ki-duk
La recente e prematura scomparsa di Kim Ki-duk è stata una dura notizia da affrontare per il mondo del cinema. Con In the mood for East, la nostra rubrica dedicata al cinema orientale, vogliamo rendere omaggio a uno dei più grandi registi della Corea del Sud. Kim Ki-duk si aggiunge quest’anno alla schiera di personalità cinematografiche che ci hanno lasciato troppo presto, ma la cui eredità rimarrà sempre con noi.
Per questo motivo oggi vi parleremo del film con il quale si è fatto conoscere al pubblico internazionale. Nel corso della sua prolifica carriera, L’isola (2000) ha segnato in maniera indelebile l’inizio di una poetica difficile da circoscrivere in un solo genere. Kim Ki-duk è Kim Ki-duk. Difficile paragonarlo ad altri artisti, difficile rendere a parole quello che ha fatto con il suo cinema. Ci proviamo, con l’invito – nel caso in cui non lo conosciate – di recuperare tutti i suoi film.
Trama e trailer | L’isola
Hee-Jin (Jung Suh) è una misteriosa e taciturna ragazza che gestisce una sorta di villaggio lacustre costituito da piccole palafitte colorate. Qui i clienti arrivano per i motivi più disparati: riposarsi, pescare, fare baldoria, passare il tempo in compagnia di una prostituta, forse fuggire da qualcuno o qualcosa. Di giorno la ragazza fa da traghettatrice fra la terraferma e le abitazioni con la sua barca a motore, o rifornisce i clienti di ciò di cui hanno bisogno. Di notte vende il suo corpo per guadagnare qualcosa in più.
Le cose cambiano quando in questo bizzarro “motel galleggiante” si presenta Hyun-Shik (Kim Yoo-suk). L’uomo ha alle spalle l’omicidio della sua fidanzata e del suo amante. Il peso che porta con sé lo spinge a tentare il suicidio, ma Hee-Jin lo salva. Da quel momento nasce uno strano rapporto tra i due, tenero, passionale, ma spesso violento.
Il cinema degli ossimori | L’isola
Quando L’isola fu presentato alla 57° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il pubblico rimase a dir poco sconvolto da quella visione. Potrebbe sembrare un’esagerazione parlare in questo modo, soprattutto a proposito di un’opera di un regista da poco scomparso. Ma la verità è che è quello che accadde realmente. Lasciando da parte i gossip (la spettatrice svenuta a causa delle immagini disturbanti), L’isola segna un cambiamento profondo nel cinema così come lo si conosceva. Nessuno è riuscito a replicare una poetica così personale come quella di Kim Ki-duk. Sensibilità che si sposa a violenza. Bellezza che si mischia al dolore. Poesia e bassezza. Kim Ki-duk è sempre stato il regista degli estremi, il regista degli ossimori. Tanto più ci mostrava gli abissi dell’animo umano, tanto più aumentava l’incanto delle sue immagini.
Merito di una sensibilità unica, di una vocazione all’arte difficilmente riscontrabile altrove. Merito di un grande talento e di un grande coraggio. Nonostante negli ultimi anni il pubblico e la critica lo abbiano un po’ bistrattato, è innegabile quanto Kim Ki-duk sia stato un cineasta unico, e che valore aggiunto abbia dato al cinema orientale, e non solo.
Le parole non sono necessarie | L’isola
Ciò che si nota immediatamente, in quasi tutti i film di Kim Ki-duk, è la quasi totale assenza di dialoghi. Ferro 3 – La casa vuota ne è l’esempio più palese, ma anche ne L’isola la protagonista non parla mai,e i dialoghi sono ridotti all’osso. La parola nel cinema di Kim Ki-duk è spesso superflua. Ciò che viene pronunciato non ci dice niente. Sono le immagini, sono i gesti a parlare. È un cinema che grida in maniera silenziosa. I due protagonisti non hanno bisogno di rivolgersi la parola per comunicare: bastano i loro corpi, le ferite, le lacerazioni, quel senso di disperazione in comune.
L’elemento acquatico rappresenta la salvezza ma anche la punizione. I due innamorati (fa amaramente sorridere chiamarli in questo modo) si desiderano, imparano a loro modo ad amarsi e a prendersi cura l’uno dell’altro, si usano a vicenda. Eppure non possono essere salvati. Nel mondo rappresentato da Kim Ki-duk l’essere umano non ha speranze. La vita, con la sua bellezza, non basta a liberarci da quella solitudine così ingombrante, da quell’estremo desiderio che ci consuma la carne. Anche la tragedia diventa un momento ammaliante da contemplare. E l’amore e il desiderio vanno di pari passo con la violenza e la disperazione.
L’uomo si lascia sempre andare alla sua natura più pura: cruda, violenta, animalesca. Così come gli animali subiscono ogni tipo di vessazione, anche gli uomini si scagliano gli uni sugli altri in maniera impetuosa. C’è una calma di sottofondo, confermata dalla colonna sonora, ma anche da quelle acque così placide che fanno da sfondo, mentre gli eventi esplodono. Violenze, tentativi di suicidio, carne – umana e non – deflagrata. L’impatto sullo spettatore è ancora più estremo.
Conclusioni
In questa sede lo possiamo confermare: parlare del cinema di Kim Ki-duk non è semplice. Forse perché proprio lui ci ha insegnato che la parola è spesso superflua, che il silenzio non sempre è sinonimo di mancanza di contenuti. In questi casi, possiamo solo tacere e godere della bellezza di un cinema autentico e devastante.
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