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Si sente spesso dire che gli sparatutto sono tutti uguali, una posizione che ha del vero quando si parla di gameplay ma che diventa grossolana quando invece andiamo a parlare della trama in sé
Ovviamente il nostro campo d’indagine va ristretto per fare un discorso un minimo coerente: proverò a parlarvi di soli tre titoli appartenenti alla categoria First Person Shooter ambientati in un periodo moderno, escludendo quindi fantascienza o arditi tentativi di creare FPS nella Preistoria (vero, Far Cry?)
Call of Duty 4: Modern Warfare
Non ha alcun bisogno di presentazioni il sempre citato CoD4:MW, è ancora molto amato persino dai detrattori della famosa saga di sparatutto. Che dire della sua storia, però? Essendo ambientato in un contesto moderno abbandona i campi della II Guerra Mondiale per focalizzarsi sulla fanta-politica contro i possibili nemici del domani, tra cui popoli mediorientali e sovietici ultranazionalisti. Se parlare della Grande Guerra è relativamente facile poiché già scritta, ambientare uno sparatutto in epoca moderna non coinvolge solo nuove armi o strategie ma innanzitutto una presa di posizione ideologica verso il sé e chi si considera esterno al proprio stile di vita o alla propria cultura e CoD4:MW ricalca appieno film come Black Hawk Down di Ridley Scott arrivando a citarlo in una sequenza ben precisa: quando salveremo il pilota di un elicottero abbattuto oltre le linee nemiche!
I nemici tuttavia possono vantare personaggi che riassumano le loro richieste e le loro istanze, tra cui Imran Zakhaev, leader della fazione russa ostile, e questo concorre a dare un volto e un aspetto ben preciso al nemico.
Medal of Honor (2010)
MoH 2010 non è rimasto a lungo nel cuore dei fan come il precedente ma si può dire che mentre CoD4:MW si limitava a fare il suo lavoro citando opere già esistenti e lavorando su un canovaccio basato su vendette e flashback dal passato, MoH 2010 si spinga molto più in là nella sua generale riflessione su chi è amico e chi è nemico. La saga, a partire dal titolo, ha sempre posto l’accento sul concetto di onore e su quello di coraggio in battaglia, limitando però il proprio punto di vista ad un manipolo di persone di una sola fazione, lasciando quindi nel sospeso e nel non detto le intenzioni e le azioni della controparte. I nemici non possiedono nemmeno personaggi perché l’opera punta a essere realistica, andando però a scapito della rappresentazione. Non avere un capo carismatico come Imran Zakhaev che spieghi il proprio punto di vista finisce con l’essere una visione appiattita e poco ragionata sulla guerra in sé, favorendo solo una delle due posizioni. Nel gioco si ricorre, nella versione originale e nella sua traduzione, anche ad un linguaggio essenziale, ridotto all’osso. Vi riporto alcuni stralci di una conversazione e il suo esatto minutaggio (potete fare riferimento a questo longplay su YouTube per controllare):
(2:05:51) <<those are bad guys>> (Trad: sono dei cattivi)
(2:15:39) <<we are definitely in bad guy land>> (Trad: siamo nella terra dei cattivi)
Uno sparatutto che si lascia giocare ma che rischia di essere anche poco stimolante su un contesto molto attuale quale è la guerra al terrorismo.
Battlefield 3
BF3 invece è un titolo sparatutto che ha saputo dare nuova linfa alla saga ma che già partiva da una base ben consolidata grazie ai titoli Bad Company, anch’essi largamente apprezzati. In BF3 abbiamo un contesto all’apparenza molto simile ai precedenti, l’America invade uno stato mediorientale, ma la differenza è enorme: abbiamo un dialogo tra due soldati americani che si inserisce nel contesto senza disturbare il giocatore, limitandosi a stuzzicarlo. Ve lo riporto integralmente, potete trovare la fonte qui:
(5:09) Montes: <<Yo, does anyone else really not got what the fuck we’re doin’ here?>>
<<If this is about the PLR (NDR: la fazione nemica del gioco) we should be in Iran, not Iraq>>(18:26) <<bro, America was founded by terrorists, for terrorists>>
Niente di eccessivamente complesso, un videogame non vuole essere un saggio di geopolitica. Quanto basta, però, per invogliare un sano e costruttivo confronto che rifletta sui concetti di invasione, o di Neocolonialismo. Senza contare che proseguendo nella campagna i soldati U.S.A. e sovietici si alleano per combattere il vero male: il terrorismo, senza identificarlo in una bandiera o un popolo ben precisi, anche se è presente un antagonista e relativo confronto finale.
Gli sparatutto sono tutti uguali?
Perché proprio gli sparatutto, e perché non dovrebbero esserlo? Gli FPS in generale possiedono questa nomea, meritata o meno, perché è uno dei generi più giocati e apprezzati nel panorama videoludico e dunque conviene agli sviluppatori creare titoli-fotocopia. Come sappiamo bene, la quantità riflette spesso una scarsa qualità e questo va a scapito dei contenuti. Ma quei contenuti sono giocati da un numero sempre maggiore di ragazzi e di giovanissimi; il medium ha dimostrato di guadagnare molto quando nelle proprie componenti riesce a integrare anche alcuni elementi riflessivi senza scadere nel didascalico o nella pedanteria. Insomma il punto non è uscire da scuola, accendere la console e trovarsi in una scuola virtuale, il punto del discorso è che creare titoli – non solo FPS, non solo bellici – tutti uguali alla lunga inquina il genere e inquina il discorso. Quindi alla domanda: “gli sparatutto sono tutti uguali?” si può rispondere che sono molto simili ma esistono alcune sottili e importanti differenze che il giocatore più attento è in grado di cogliere e apprezzare, anche in un genere così oggetto di critiche.







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