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L’epilogo di Pokémon Scarlatto e Violetto è arrivato: ecco la nostra ultima recensione, dedicata al “Disco Indaco”, seconda metà del DLC
Ci siamo presi del tempo con la promessa di un epilogo conclusivo per il tutto sommato riuscito lato narrativo di Pokémon Scarlatto e Violetto, ma alla fine è giunto il momento di dedicare una tardiva recensione anche al secondo DLC, ovvero quel Disco Indaco sulle cui spalle grava il peso di una redenzione impossibile. Lo chiariamo un’ultima volta: pur prendendo le distanze dalla stroncatura quasi unanime da parte della stampa di settore in quanto forse eccessiva, è innegabile che quelli del gioco non siano certo i fasti a cui il brand ci ha abituati dal 1995 ad oggi. E con i quali, va detto, un po’ ci ha pure viziati.
In altre parole, siamo al viale del tramonto per un supporto post-lancio sintomatico del problema corale a cui appartiene. Parlare di “miracolo mancato” potrebbe essere una buona definizione per quanto visto fino ad ora, ma intesa come potenziale non soddisfatto l’espressione si confà all’intero gioco dal day one ad oggi. Siamo consapevoli del miglioramento visto con una patch tra ottobre e novembre e ne prendiamo atto, ma è sperando in una simile stabilità che abbiamo atteso l’evento dell’11 gennaio per poi scoprire che sarebbe giunto tramite Dono Segreto. A questo punto non resta molto da dire, se non dedicare tre sezioni al “buono, brutto e cattivo” del west della regione di Unima.
Il buono: trama e Bioterarium | Recensione DLC Pokémon Scarlatto e Violetto: Il Disco Indaco
Uno dei maggiori punti di forza di Pokémon Scarlatto e Violetto è stato l’aspetto narrativo, e così come lo era nel primo DLC La Maschera Turchese possiamo compiacercene anche nella recensione de Il Disco Indaco. Da iniziale antagonista qual era, Rubra si è trasformata in una delle alleate più convincenti in un’avventura Poké, relegando all’ossessione di Riben e Rea il ruolo pseudo-antagonistico. Restano carismatici e convincenti i nuovi comprimari introdotti all’Istituto Mirtillo (oltre a un Team Star intento a fare ammenda), e vale la pena di assistere al denouement del loro incontro con Pepe, Penny e Nemi (11 gennaio 2024). Non vogliamo dire altro, per quanto poco ci sia a rischio di spoiler in tal senso.
Di buono c’è anche il Bioterarium come concetto in sé, che nella sua semplicità a livello di game design avrebbe fatto faville anche nel supporto post-lancio di Spada e Scudo. Il mini-open world di rito stavolta è un patchwork di quattro diversi biomi, che si spartiscono gli altrettanti quadranti della gigantesca torta sottomarina. Naturalmente ancora non ci capacitiamo di come alcuni Pokémon della regione di Unima, in cui il secondo DLC è in teoria ambientato, siano tuttora inaccessibili nell’intera serie principale su Nintendo Switch, ma fauna a parte il fanservice non manca mai di metterci sempre più voglia di remake di quinta generazione. Un plauso, in tal senso, alla colonna sonora. Per il resto, però, come direbbe Rubra…
Il brutto: performance tecnica, Ricreattività e padding a non finire | Recensione DLC Pokémon Scarlatto e Violetto: Il Disco Indaco
Non c’è niente da fare: le prestazioni proprio non vogliono saperne di reggere botta. I cali di framerate, da problema risibile in quanto esclusivo all’elitario snobismo dei giocatori PC, diventano una seria fonte di preoccupazioni, softlock ed occasionali crash. Sfarfallio di fili d’erba, transizioni “zoppe” e quant’altro: non manca nulla, al punto tale da causare un pubblico “mea culpa” da parte di The Pokémon Company in vista dei futuri capitoli della serie. Il che è un peccato, perché con la già citata patch autunnale il gioco ha raggiunto una performance che, sebbene non eccelsa, restava quantomeno stabile.
Se non altro, sarà il tempo (e le patch, si spera) a decretare quanto destinato a invecchiare male sia il nostro scrutinio. Discorso diverso, invece, per quanto concerne il game design stesso. La longevità dell’esperienza, per chi di voi ha concluso sia l’avventura principale che il precedente DLC, verte esplicitamente sul padding puro. Le Ricreattività in stile “Incarichi Partita” di Fortnite sulla carta invitano i giocatori a trovarsi nel Bioterarium con la Cerchia Contatto per condividere i vari obiettivi, con cui sbloccare feature aggiuntive (tra cui gli starter delle altre regioni, sebbene dichiarati come disponibili da subito nel marketing), il progresso con i Superquattro locali e quant’altro. In pratica, si allunga solo il brodo. Anche Litha, graditissima new entry di Nordivia, qui alza l’asticella chiedendo di completare un Pokédex più corposo senza avere una subquest significativa ad esso legata.
Il cattivo: pagare per competere, pagare per vincere | Recensione DLC Pokémon Scarlatto e Violetto: Il Disco Indaco
Ma se da una parte abbiamo delle scelte di game design dettate da idee maldestre, dall’altra si fanno strada anche vantaggi talmente sproporzionati da rasentare il pay-to-win. Semplicemente, se di Pokémon amate il lato competitivo, non aspettatevi di finire in qualche torneo senza acquistare il DLC. Numerose sono le piogge di strumenti con cui potenziare le proprie creature o cambiarne il Teratipo, raccogliendo a terra almeno dieci dei Teraliti necessari per volta quando un raid nel gioco di base solitamente ne frutta di meno. Lo stesso vale per i Tappi d’Oro, le forme regionali e altri elementi che i giochi precedenti valorizzavano con la Torre Lotta di rito, qui inspiegabilmente assente.
Parlando dei suddetti Teratipi, è con questo DLC che ne emerge un nuovo: quello Astrale, con cui corroborare le singole mosse e sul quale, pertanto, costruire nuove strategie per competere nei tornei. Le beffe nei confronti degli utenti rimasti alla versione vanilla (chi per motivi economici, chi per delusione) si estendono anche al movimento nell’overworld, dove la planata limitata con picchiata al termine del gioco di base lascia il posto ad una variante molto più competente in stile Spyro, per poi sbloccare il Volo Libero per un movimento puramente ascensionale. Non è una situazione che delineiamo volentieri (tutt’altro!), ma le cose purtroppo stanno così.
Tiriamo le somme (e qualche santo dal calendario) | Recensione DLC Pokémon Scarlatto e Violetto: il Disco Indaco
Abbiamo già descritto ampiamente la situazione del DLC dal lato tecnico, ma come insegna la professoressa Aralia di Unima “repetita iuvant” e quindi dedichiamo un minuto di silenzio al fronte grafico. In realtà, onore al merito, in fatto di texture e caratterizzazione per quanto concerne i personaggi il gioco lascia ancora trasparire il lato talentuoso di Game Freak. L’intento di cospargere il capo di cenere si vede nelle piccole cose, tra i cannoni di Blastoise in battaglia (alla buon’ora!) e la pantomima melodrammatica dei comprimari durante i dialoghi. Purtroppo, sono i singhiozzi in fatto di illuminazioni, framerate e quant’altro ad infangare gli aspetti positivi.
Il sonoro salva il franchise in calcio d’angolo anche nei momenti più bui, e godere di brani dalla quinta generazione è un goal a porta vuota. Tralasciando le ovvietà come la colonna sonora durante gli scontri (con allenatori e non), c’è di che analizzare le partiture per ore senza mai smettere di trovare qualche succulenta chicca. I brani originali, poi, riescono a reggere un confronto altrimenti ben poco lusinghiero, a dimostrazione del merito artistico celato dietro una gestazione frettolosa dettata dalle necessità del merchandise. Da questo punto di vista, il brand dei mostriciattoli tascabili è diventato la sua stessa nemesi, schiavo dell’ombra proiettata da fasti ormai inarrivabili.
Considerazioni conclusive
Il secondo DLC, Il Disco Indaco, è venduto insieme al predecessore nel pacchetto Il tesoro dell’Area Zero, che ai sessanta euro di Pokémon Scarlatto e Violetto aggiunge un costo di altri 35: una cosa che non possiamo non considerare a fine recensione. Di per sé, il rapporto qualità/prezzo dipende anche dal tempo che i fan intendono dedicare al titolo; essere fan di questo brand ed amare la Grande N in toto sono come acqua e olio quasi dagli albori della saga. Mai come ora, però, la tracotanza del franchise ha mai osato proporre come DLC delle feature da lasciare al gioco di base. Sì, i Raid Teracristal sono condivisibili in co-op con i giocatori sprovvisti di espansione e i Pokémon ottenibili in quest’ultima sono scambiabili, ma a questo punto ci pare anche il minimo.
Di per sé, nel suo complesso, la nona generazione Pokémon resta comunque al di sopra della soglia della sufficienza per quelli che sono i suoi meriti agli occhi di un giocatore ancora poco avvezzo al franchise. O, almeno, uno di bocca buona. Una volta esclusi i neofiti, tragicamente, vengono a galla gli inevitabili confronti con i pezzi da novanta della serie: una Versione Bianca/Nera a caso, o una Versione Oro HeartGold/Argento SoulSilver, per intenderci. Sì, c’era la griglia. Sì, c’erano gli sprite. Certo, c’erano modelli 3D incerti nell’overworld. Però, che diamine, c’era pure il cuore.
Questo era ciò che pensavamo noi. Voi però di che opinione siete? Ditecelo qui sotto, e come sempre non dimenticate di restare su tuttotek.it per tutte le notizie più importanti per i gamer e non solo. Per i vostri bisogni puramente videoludici, potete invece trovare i migliori sconti in formato digitale su Instant Gaming.
Punti a favore
- Raid e Pokémon condivisibili con giocatori senza DLC...
- Cura per texture, caratterizzazione e sonoro...
- Il Bioterarium è geniale nella sua semplicità...
- I personaggi vecchi e nuovi restano sempre carismatici
Punti a sfavore
- ... ma i vantaggi del DLC sono troppo sbilanciati
- ... affossati da prestazioni ancora precarie
- ... ma c’è troppo da sudare per farlo fruttare a dovere
- L’accessibilità degli starter nei trailer è menzognera









Stefano
25 Gennaio 2024 alle 18:57è la recensione più bella che ho letto. Oltre ad aver fatto un’analisi completa senza però prolungarvi troppo, avete anche trasmesso qualcosa. Bravi!