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Singolarmente, sono solo Salmonoidi, sebbene sorprendentemente spaventosi se in squadra: ecco la nostra recensione di Splatoon Raiders
L’arsura estiva ha influito molto negativamente sulle tempistiche della nostra recensione, facendoci essiccare quasi come vernice al sole: una metafora calzante, questa, per introdurre degnamente una disamina di Splatoon Raiders. La nostra valutazione, giusto in tempo per Ferragosto, è dunque tutta dedicata al mondo post-apocalittico secondo Nintendo, che attinge a piene mani dalla deriva (non abbiamo resistito) di Waterworld e affini. Il primo spinoff della saga “tentacolare” della Grande N intende estendere il concetto della Salmon Run, divenuta un caposaldo dell’IP nonostante mancasse all’appello nel primo capitolo per Wii U. Sono passati più di dieci anni da allora, per mettere tutto in prospettiva.
Eppure, lo sproposito di parole a cui vi apprestate a prestare attenzione si pone una domanda: se questa variazione sul tema principale non ha visto la luce neppure agli albori delle scaramucce tra Inkling, in un apripista che a stento deviava dalle Mischie Mollusche, è possibile che (con una pubblicazione a metà estate) non ci troviamo di fronte ad un’esperienza forse fin troppo di nicchia? E sì che il pubblico del Colosso di Kyoto s’è (ri)fatto grande con il successo di Switch, ma qui si parla di Nintendo Switch 2, una console che (come abbiamo constatato con Star Fox 2026) ha ancora tanto da mettere in chiaro. Non temete, però; tra un dubbio e un preconcetto, c’è di che gioire.
Parole di burro | Recensione Splatoon Raiders
La premessa di base, a livello narrativo, apre quella di Splatoon Raiders in modo pressoché analogo ad ogni recensione dedicata a Nintendo da parecchio tempo a questa parte. In fatto di trama, infatti, si parla più di pretesti che di agganci, almeno al primo avvio del gioco. Il nostro ruolo, in qualità di avatar di genere irrilevante (con scelta di vestiario all’inizio prevalentemente nonbinaria), è quello di pilota di elicottero per conto del Trio Triglio, ensemble musicale visto per la prima volta in Splatoon 3. Dopo esserci acclimatati coi comandi, il titolo entra più nel vivo e, con esso, anche la nostra parte, estesasi da merə pilota a “Macchinista” tuttofare, tra spedizioni e gestione della base.
In termini di presentazione, che sviscereremo al meglio prima del nostro giudizio complessivo, possiamo notare una cosa, però: è un gioco che, narrativamente parlando, premia i giocatori più inclini alla sua seduzione. Non facciamo mistero di quanto l’IP sia stilisticamente narcisista, dal look urbano codificato secondo i canoni J-Pop ai, beh, concerti J-Pop olografici intrattenuti dalle girl band fittizie rappresentative di ciascun capitolo numerato. La venalità di Pinuccia, Morena e (per estensione) Mantaleo, scatenata dalla crisi economica di Splatville, è l’aggancio iniziale; seguendo questo Filo di Arianna, però, arriviamo a dipanare una matassa di lore fatta di reperti da dissotterrare.
Odio su tela | Recensione Splatoon Raiders
In un certo senso, l’esperienza alla base del gioco è la Salmon Run che abbiamo sempre visto. E se fosse un’anteprima di Splatoon 4, nel quale la modalità stava diventando troppo ambiziosa? Tutto plausibile, ma forse faremmo meglio a specificare in cosa consiste il gameplay. Di base, anziché affrontare altri Inkling o i consueti Octoling, i nostri avversari sono i Salmonoidi, nella cui varietà confondono molto le, ahem, acque in merito agli animali su cui si basano. Gli scenari che andremo ad esplorare sono più paragonabili a dungeon che ad arene come quelle a cui la saga ci ha abituati. Un’esperienza, questa, che a seconda dei casi si prende la libertà di ridefinire il termine “traguardo”.
Ad esempio, occasionalmente può capitare di dover raggiungere la cosiddetta “fine del livello” (per utilizzare una terminologia appetibile persino ai nostri genitori), ma il titolo non vive solo di questo. Talvolta capita di dover raccogliere un certo numero di uova dai Salmonoidi sconfitti all’interno di zone ristrette ben presto sovrappopolate da nemici, mentre in altre occasioni il gioco ci insegna tacitamente a sfruttare i vari Congegni per superare diverse ondate ripartite su più piani sotterranei. La nostra è un’ipersemplificazione eccessiva, però, perché questo titolo ama giocare con le nostre aspettative un po’ come è capitato anche con i suoi predecessori. Le basi ci sono; cos’è cambiato?
Con classe | Recensione Splatoon Raiders
Essendo i Salmonoidi promossi ad antagonisti a tempo pieno, è normale che tutte le loro varianti viste in precedenza (salvo il Razziatore) facciano qui la loro amabilmente fastidiosa comparsa. Le new entry, tuttavia, riempiono ben presto il bestiario in modo tale da stabilire nel loop di gameplay a chi dare priorità e da chi, invece, ha più senso sopportare le angherie. Abbattere le torri da cui provengono gli attacchi a distanza, che riempiono il nostro pavimento di inchiostro nemico per noi tossico (come ricorderete dai nostri consigli preliminari), diventerà ben presto una delle prime cose da fare. Il principio cardine delle Mischie Mollusche – sguazzare nei nostri colori – non viene certo snaturato.
Piuttosto, a sostituire le sotto-armi viste in precedenza provvedono i Congegni. Alcune delle vostre strategie, se siete veterani della saga, andranno per forza riviste: la dinamica di certe armi, primarie o meno che siano, si è dovuta adattare alla nuova formula di game design posta a fulcro dell’intera esperienza. Possiamo garantire che, quale che sia l’apparente ripetitività delle fasi introduttive, il gioco si leva con piacere i guanti man mano che ci addentriamo nei dungeon più impegnativi. Se evitate i tassi di sfida più permissivi, poi, avrete la certezza di avere di fronte un titolo concepito per premiare i veterani (e punire equamente un po’ tutti). I confronti con Dark Souls, in tal senso, sono a discrezione di chi impugna il controller.
Lotto e lotterie | Recensione Splatoon Raiders
A prescindere dal livello di difficoltà scelto, però, c’è un’altra accezione dello stesso termine da tenere a mente. Di livello, infatti, tocca aumentare anche quello del proprio personaggio; non sarà The Outer Worlds 2, ma anche qui subentrano delle meccaniche di crescita da GdR che potreste aver intuito dai vari numeri presenti nelle varie schermate della disamina. Ed è sì essenziale alzare le proprie asticelle, pena la necessità (prima o poi) di ricorrere all’aiuto di altri giocatori online. Tale modalità co-op presenta un cooldown di trenta minuti in caso di successo nella propria spedizione di gruppo; croce e delizia del bilanciamento, supponiamo, perché il sostegno di “Macchinisti” più forti di noi è sempre inebriante.
Ben presto, poi, subentra la possibilità di rigiocare gli stage in modalità più difficile, generando così anche ricompense differenti come ricompensa per aver sconfitto più nemici, più variegati e di diverso posizionamento rispetto a prima. La varietà di avversari cresce (quasi) di pari passo con la nostra rosa di opzioni per fronteggiarli. Occorre fare molta attenzione alle spiegazioni, però; nei menù di personalizzazione perdersi è tutto fuorché difficile, e la meccanica delle combinazioni ne prevede alcune più congeniali di altre. Se da una parte si tratta “solo” dell’aumento di livello del (o della) Macchinista, con un punto per l’albero delle abilità ad ogni livello, dall’altra ci sono Congegni che si sposano meglio con un serbatoio o un altro.
L’unione fa la forza, ma non per forza | Recensione Splatoon Raiders
Almeno in teoria, l’intero gioco si può affrontare online con un quantitativo di amici da uno a tre. Sebbene il tutto sia paventato nei comunicati stampa come la “prima esperienza concepita per il giocatore singolo” della serie, il co-op è presente, con i suoi pro e i suoi contro. Da un lato, c’è uno scaling impressionante della difficoltà: i nemici, presenti in maggior numero per compensare lo squadrone messo insieme, tengono conto della forza del giocatore che stanno affrontando, equilibrando al volo l’esperienza per tutti senza alcun tipo di divario. Dall’altro, c’è il malus non trascurabile del mancato GameShare, che per IP “secondarie” come questa avrebbe fatto una differenza enorme.
Naturalmente, giocando da soli c’è sempre il membro del Trio Triglio che abbiamo scelto come pilota del robot (nel nostro caso Morena, ma vedete voi chi volete portarvi appresso, ndr). Il mech sparerà il vostro stesso inchiostro, vi darà accesso a una planata generosa per raggiungere luoghi altrimenti inagibili (specie con tutta l’acqua intorno, ironicamente paragonabile all’acido solforico per gli Inkling) e potrete richiamarlo con Ⓧ non appena avrete bisogno di trivellare a dovere il punto che fa da traguardo in quello specifico momento. In soldoni, abbiamo di fronte la classica dicotomia tra “evoluzione” e “rivoluzione”. Splatoon Raiders è la prima delle due, innovando quel poco che basta senza stravolgere alcunché.
Extreme Makeover: Inkling Edition | Recensione Splatoon Raiders
Il progresso del personaggio, per evitare intoppi, necessita di ritocchi anche alla pseudo-piattaforma che fa da quartier generale per lo squattrinato quartetto. Dopo l’introduzione alla spartana palafitta, infatti, avremo l’opzione di investire in upgrade le risorse raccolte in ogni spedizione, includendo così migliorie da quelle più “inutili” (come il cabinato arcade) a poligoni di tiro con cui allenarci, sperimentare con le nostre opzioni offensive e, naturalmente, venire ricompensati con qualche piccola risorsa per arrotondare. Ci sono anche upgrade permanenti che richiedono i sopracitati punti abilità, dai meno esosi a quelli più costosi con cui applicare più bonus provenienti dai boss sconfitti.
Se però volete quel pizzico di carne al fuoco in più, riallacciandoci alla componente narrativa, ci sono i documenti curati da Mantaleo: improvvisatosi archivista, il “gigante buono” del Trio Triglio ci darà libero accesso alla documentazione recuperata nel corso di ogni spedizione, suddivisa in due grandi categorie. Ogni nuovo nemico, una volta abbattuto, ci premia con una nuova pagina del bestiario, i cui bozzetti sinceramente non ci dispiacciono affatto. E poi c’è la descrizione dei reperti, che fa almeno un pochetto di luce sulla nebulosa fine dei mammiferi (pardon, “mammiferiani”) e sul mondo post-apocalittico in cui la saga è ambientata. Se digerite la porzione di pesce che il gioco offre, questi extra vi ricompenseranno lautamente.
Nintendo presents | Recensione Splatoon Raiders
Avevamo promesso il consueto angolo dedicato alla presentazione e siamo arrivati a parlarne. In termini di grafica, come ci si aspetta da una produzione di prime parti, del look non c’è nulla di cui lamentarsi, anzi. Non è nemmeno uno showcase delle potenzialità delle console in senso stretto, ma risiede placidamente nel mezzo, sorprendendoci nel dock con una risoluzione elevata (giureremmo 1440p) e un anti-aliasing tipicamente non nintendiano. In portatile, si “scende” a 1080p. Non c’è eccesso di ambizione nei giochi di luce, dando priorità alle prestazioni (60fps stabili) nei momenti di maggiore caos. La digressione ambientale, per i fan di lunga data, è un potenziale bonus aggiunto.
Altre recensioni online hanno tessuto le lodi del comparto audio, nel quale non mancano i consueti vocalizzi “gorgoglianti” nasali tipici dell’IP. Dal canto (scusate, di nuovo) nostro, però, è sotto tale aspetto che abbiamo visto venir meno la varietà altrimenti apprezzata altrove. Le molte spedizioni sulle varie isole si sono dimostrate tutto sommato divertenti, ma il tema musicale con i tamburi d’acciaio “sfiatati” non ha tardato a venire a noia. Riconosciamo al contempo la scelta tematica di prendere le distanze, per metafora musicale, dal feel urbano delle varie Mischie Mollusche; nel complesso, la qualità audio resta nello standard medio stabilito dai predecessori, senza spingersi oltre.
Considerazioni conclusive
Come potreste aver compreso dal resto della recensione, se miravate a una deviazione dalle Mischie Mollusche viste nei precedenti tre episodi della serie, probabilmente con Splatoon Raiders avete trovato pane (anzi, frutti di mare) per i vostri denti. È senza dubbio un’esperienza per giocatore singolo che richiede tempo e dedizione per mettere a nudo le proprie ricompense, ma che i giocatori ad essa più congeniali avranno senza dubbio modo di amare. Non è un gioco concepito tenendo a mente l’hardcore gamer cresciuto a pane e mouse e tastiera, per il quale la ripetitività di parte del loop di gameplay potrebbe rivelarsi indigesta. Dipende tutto da come se la cava il titolo a scontrino emesso, calcolando che almeno noi nintendari dovremmo essere salvi.
Per i 60 euro che il gioco chiede in formato fisico, i quali calano a 50 per chi preferisce il digitale, è sicuramente meno dispendioso rispetto ad altri titoli, naturalmente a patto che si apra il portafogli con cognizione di causa. Ciò che vi possiamo garantire a mani basse, però, è che la possibilità di affrontarlo in co-op è un enorme potenziale valore aggiunto. Se un vostro amico ne è in possesso, il loop di gameplay ne gioverà enormemente. Casomai poi steste leggendo questa disamina a mesi di distanza dal day one, magari con una patch che implementa il GameShare, non fatevi remore ad aggiungere un punticino alla valutazione finale. Sarebbe la lucidatura decisiva per un tesoro grezzo.
Questo era ciò che pensavamo noi. Voi però di che opinione siete? Ditecelo qui sotto, e come sempre non dimenticate di restare su tuttotek.it per tutte le notizie più importanti per i gamer e non solo. Per i vostri bisogni puramente videoludici, potete invece trovare i migliori sconti in formato digitale su Instant Gaming.
Punti a favore
- Una campagna ben proporzionata al prezzo…
- Buone le aggiunte multiplayer…
- Molte opzioni di personalizzazione
- Difficoltà punitiva per chi la cerca
- Adatto a giocatori di ogni livello di abilità
Punti a sfavore
- … salvo l’occasionale ripetitività iniziale
- … ma penalizzate dall’assenza di GameShare












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