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Da qualche mese rimbalzano le polemiche sul personaggio indiano Apu della serie animata The Simpson, l’immortale e immorale creatura di Matt Groening, e forse è il caso di andare un po’ più a fondo alla questione
Abbiamo già parlato della questione che non apparirà certo come una novità agli appassionati. Il personaggio di Apu Nahasapeemapetilon ricopre un ruolo secondario nei Simpson. Spesso le sue comparse durano pochi minuti e si consumano in brevi interazioni con i personaggi principali che frequentano il suo negozio, il Jet Market, ovvero una specie di discount aperto h24 dove vengono venduti prodotti di dubbia qualità.
Tuttavia in rare occasioni ha potuto ricavarsi un ruolo di maggiore spicco a fianco della famiglia Simpson, come nell’episodio 9×07 – Le due signore Nahasapeemapetilon che descrive il suo matrimonio combinato con Manjula. I suoi tratti distintivi sono l’accento tipicamente indiano, l’elevato numero di figli e una certa propensione alla servilità. Era giunto in America come studente per un dottorato in informatica, ma decide poi di rimanere come clandestimo, situazione che lo costringe ad una vita piuttosto tragica, tra le rapine di Serpe e la difficoltà a mandare avanti il negozio.

Apu, il personaggio incriminato. Anche il suo aspetto fisico trasuda stereotipi, dai baffetti alla pettinatura.
Il problema con Apu…
La polemica nasce con la pubblicazione del documentario “The Problem with Apu” realizzato dal comico di origini indiane Hari Kondabolu. Nel film viene affrontato il problema del razzismo generato dal personaggio di Apu, presentando diverse interviste ad attori di spicco di discendenza indiana e sud asiatica. Essi lamentano di aver affrontato il razzismo mentre crescevano e mentre lavoravano a Hollywood, proprio a causa del personaggio di Apu. Si narrano episodi di bullismo verbale – con il nome “Apu” usato in tono canzonatorio – al casting di agenti e registi che chiedevano loro di “parlare di più come Apu” anche se avevano già un naturale accento indiano.
Indubbiamente lo straordinario successo dei Simpson ha infierito sull’immaginario collettivo e ha creato la figura di Apu con cui un qualsiasi spettatore ha potuto identificare una persona di origine indiana. Ma questa non è la mia definizione di razzismo. Dal vocabolario Treccani:
Più genericam., complesso di manifestazioni o atteggiamenti di intolleranza originati da profondi e radicati pregiudizî sociali ed espressi attraverso forme di disprezzo ed emarginazione nei confronti di individui o gruppi appartenenti a comunità etniche e culturali diverse, spesso ritenute inferiori: episodî di r. contro gli extracomunitarî.
Non c’è emarginazione o disprezzo nella personificazione del personaggio di Apu. Anzi. Io ci vedo quasi un fenomeno di inclusione nella cultura e società americana, di cui i Simpson sono lo specchio ironico e grottesco. Apu ha fatto entrare gli indiani nel cuore degli americani, certo dalla serie di Simpson non ci poteva aspettare che un ingresso ironico e grottesco. Pure io venivo brutalmente chiamato “Usop” alle medie – se non sapete chi è significa che nella vostra vita mancano oltre 800 episodi di One Piece – per via delle mie caratteristiche morfologiche. E ancora oggi mia madre mi chiama “Belfagore” – ok, qui forse andiamo veramente troppo indietro nel tempo – se non mi taglio i capelli da più di due mesi.

Il personaggio di One Piece Usop che rappresenta il mio ironico alterego. Indovinate perchè.
I Simpson sono solo una grossa presa per il culo: una rappresentazione volutamente ironica e dissacrante della società che mira ad enfatizzare gli stereotipi e i difetti dell’americano medio, nero, bianco o giallo che sia. E noi ridiamo davanti alle roccambolesche avventure di Homer, Marge, Bart e Lisa, ma in fondo sappiamo che la realtà è così. Sappiamo che Homer rimane un alcolizzato intrappolato nel suo noioso lavoro, come tanti americani – e non. Sappiamo che Marge è la casalinga assorbita completamente dalla famiglia e dalle faccende, come tante americane – e non. E sappiamo che Apu è un povero immigrato che cercando un riscatto si ritrova intrappolato nei cavilli della burocrazia internazionale, come tanti immigrati americani – e non. O forse non lo sappiamo?
Tutti i padri frustrati e le casalinghe annoiate d’America dovrebbe sentirsi offesi dunque. Certo per loro è più facile perchè non hanno la pelle scura e si trovano nel loro paese natio. Quell’orgoglio nazionale su cui gli stessi Simpson ironizzano e che sembra fare da scudo contro tutti gli altri stereotipi non “indianizzati”. Non sentitevi offesi se vi chiamano Apu, anzi rideteci su. Perchè è questo lo scopo dei Simpson: ridere tutti insieme dello schifo che ci sta attorno. Chissà che ridendo insieme le cose prima o poi cambino.
… e la risoluzione nei Simpson
Sarebbe oltretutto un po’ contradittorio voler rimuovere il personaggio di Apu dalla serie. Ormai è così tanto radicato nell’immaginario comune che non scomparirà. Aleggerà e continuerà a colpire con il suo stereotipato “Grazie e arrivederci signore!”. Per questo apprezzo invece l’iniziativa del produttore cinematografico Adi Shankar di lanciare un contest per aspiranti sceneggiatori in modo da risolvere il “problema con Apu” in maniera definitiva. Dovrà essere inviato il copione di una sceneggiatura per un intero episodio dei Simpson mirato a risolvere il problema di Apu. Il vincitore vedrà realizzato il suo lavoro in un vera puntata della serie. La sceneggiatura verrà sottoposta alla Fox, ma in caso di rifiuto lo stesso Shankar ha dichiarato che realizzerà un episodio fanmade, che finanzierà personalmente.
Se i Simpson vogliono essere lo specchio ironico della società Adi Shankar ha perfettamente ragione a voler cambiare le carte in tavola. In un’intervista a Live Mint dichiara che ormai il ruolo degli immigrati indiani nella società americana è profondamente cambiato. Non sono più relegati nei mini-market 24 ore al giorno, ma sono ammassatti nella Silicon Valley alle redini di grandi aziende. Ed effettivamenti i dati lo confermano: uno studio del Migration Policy Institute datato 2017 sui migranti indiani conferma che oltre il 70% di loro è impiegato in ruoli legati al managing e alla tecnologia. Ridendo e scherzando le cose sono cambiate sul serio, anche prima del documentario di Hari Kondabolu.

Distribuzione dei migranti indiani nel mercato del lavoro americano, dallo studio dell’MPI
Il personaggio di Apu è il ritratto del tipico immigrato indiano che nel 1989 – anno di creazione dei Simpson – arrivava in America e forte della sua istruzione vuole ritagliarsi un pezzo del “sogno”. Apu è lo stereotipo di un fenomeno vecchio di 30 anni, come afferma lo stesso Shankar. I Simpson forse necessitano di un nuovo personaggio. Il figlio illegittimo di Apu giunge a Springfield come capo ingegnere alla centrale nucleare, dopo essersi laureato all’MIT, e incontra finalmente suo padre (se Adi Shankar sta leggendo l’articolo, questa è la mia candidatura ufficiale).
In definitiva Apu dovrebbe continuare ad esistere come pezzo di storia americana e indiana, come simbolo del passaggio necessario per l’affermazione di tanti giovani indiani dotati e preparati nella società americana. Invece è necessario rinfrescare un’idea nata nell’ormai lontano 1989 con nuovi stereotipi e prese in giro. Di modo che anche il CEO di Google Sundar Pinchai possa essere canzonato dai suoi colleghi.
La cosa importante è che continuiamo a ridere davanti ai Simpson, tutti insieme. Noi italiani ridiamo di Tony Ciccione e voi indiani ridete di Apu. Ridiamo di questo mondo così poco perfetto e crudele che forse è il modo migliore per affrontarlo.
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